Il fumo sulla Madonna, il dito medio sul Santo Sepolcro e il silenzio delle cancellerie


Gerusalemme, Roma, Washington. Un triangolo di potenze che per duemila anni ha deciso le sorti della Terrasanta, oggi ridotto a un teatrino dell’assurdo dove un Papa ultraottantenne viene aggredito verbalmente da un presidente americano in campagna elettorale, mentre soldati e coloni israeliani trasformano la bestemmia in Coreografia di guerra. L’ultimo episodio, nella sequenza ormai quotidiana di oltraggi, è quasi grottesco nella sua volgarità. Un soldato dell’esercito statale ebraico, stanziato in un villaggio nel sud del Libano, si fa riprendere mentre infila una sigaretta accesa tra le labbra di una statua della Vergine Maria. Il video, come prevedibile, diventa virale. I commenti in rete si dividono tra chi grida alla blasfemia, chi invoca la libertà di espressione e chi, più realisticamente, nota che la stessa mano che tiene il cellulare per filmare la bravata impugna un fucile d’assalto. Pochi giorni prima, a Gerusalemme, un colono israeliano aveva sputato sulla porta d’ingresso della cattedrale di San Giacomo, cuore della comunità armena, per poi alzare il dito medio e tracciare con esso il segno della croce: una parodia così greve da sembrare uscita da un film di Pasolini, ma tremendamente reale. Ad aprile, un soldato aveva colpito con una mazza una statua di Gesù crocifisso, sempre in Libano. A marzo, sempre a Gerusalemme, un uomo – mai identificato – aveva aggredito la suora cattolica francese Marie-Reine in pieno giorno sul Monte Sion, lasciandola a terra sanguinante mentre i passanti, secondo la testimonianza della religiosa, “si voltavano dall’altra parte”.
E l’Europa? E l’Italia? E il Vaticano? In un’altra epoca – un’epoca che chiamiamo Medioevo ma che forse non abbiamo mai davvero abbandonato – questi atti avrebbero scatenato reazioni sproporzionate. Crociate, interdetti, scomuniche, flotte nel Mediterraneo. Oggi, invece, il mondo assiste con la rassegnata impotenza di chi ha visto già tutto, o forse con l’ipocrita prudenza di chi non può permettersi di offendere gli alleati strategici. Perché il problema, si capisce, non è il singolo teppista in divisa o il colono esaltato. Il problema è che questi episodi si ripetono con una regolarità che ne svela la natura non occasionale: sono sintomi di un’intolleranza crescente verso la presenza cristiana in Terra Santa, alimentata da un contesto politico che considera ogni simbolo non ebraico come un’occupazione, ogni croce come una provocazione, ogni prelato come una spia del nemico. E mentre i patrioti locali lanciano appelli che nessuno raccoglie, la diplomazia vaticana segue il suo corso lento, fatto di note formali e incontri riservati, perfettamente consapevole che una condanna pubblica troppo dura rischierebbe di inasprire le rappresaglie contro le comunità cristiane già allo stremo.
Arriviamo così all’articolo più delicato del dossier, quello che mescola geopolitica e teologia: Donald Trump litiga con Papa Leone. Il presidente americano, da settimane impegnato in una campagna elettorale che punta tutto sulla retorica del “prima gli americani”, ha definito il Pontefice “un politico infuriato” dopo che questi aveva criticato le deportazioni dei migranti in Messico e aveva espresso “preoccupazione” per i dazi imposti anche ai prodotti del Vaticano. Leone XIV, pontefice gesuita dal carattere mite ma dalla lingua tagliente, non ha gradito e ha risposto con una nota che definiva “inaccettabili” le ingerenze di Washington nella politica fiscale dello Stato della Città del Vaticano. La stampa internazionale ha titolato: “Trump accusa il Papa di fare politica”, ritrovando un copione che sembrava archiviato dai tempi di Francesco e del muro con il Messico. Ma dietro lo scontro frontale – che in qualsiasi altro momento storico sarebbe sembrato una follia – si intravede la spia di un’alleanza incrinata: l’amministrazione Trump, storicamente vicina alle destre evangeliche e sioniste, non ha mai digerito il filo-palestinese di certi ambienti vaticani, né le recenti aperture del Papa verso la Cina. E Leone, dal canto suo, non ha mai nascosto il suo disprezzo per la volgarità trumpiana, quella stessa volgarità che ora sembra aver contagiato i battaglioni più indisciplinati dell’esercito israeliano.
A questo punto, l’osservatore lucido si chiede: esiste una linea di comando dietro queste profanazioni? O sono semplicemente la rabbia di giovani soldati cresciuti in un paese in guerra da ottant’anni, che hanno visto i loro amici morire e che riversano sui simboli altrui la frustrazione per una pace che non arriva? La risposta, come sempre, è in una zona grigia. Non ci sono prove che l’esercito israeliano abbia una politica ufficiale di vilipendio della religione cattolica. Anzi, il portavoce dell’IDF ha condannato l’episodio del soldato con la sigaretta definendolo “contrario ai valori dell’esercito” e promettendo “provvedimenti disciplinari”. Ma la rapidità con cui questi gesti si diffondono – non più uno ogni due anni, ma uno ogni due settimane – fa pensare a un clima di impunità diffusa, a un’autocertificazione del permesso: lo faccio perché tanto nessuno mi punirà sul serio. E i coloni, che non rispondono all’autorità militare ma a quella politica, godono di una protezione ancora più ampia. Sparare croste su una cattedrale armena è un reato, ma in Israele i coloni aggrediscono chrildren palestinesi davanti ai soldati senza conseguenze.
E la Chiesa? Il patriarca latino di Gerusalemme, Pierbattista Pizzaballa, ha pubblicato una dichiarazione in cui parla di “sofferenza e preoccupazione”. Poi ha aggiunto: “Non possiamo tacere di fronte a questi atti”. Ma tacere, di fatto, è quello che il mondo fa. Le condanne arrivano, ma senza giusta causa. La Santa Sede ha una capacità di pressione diplomatica limitata, e sa che un’aspra rottura con lo Stato di Israele metterebbe a repentaglio la sicurezza delle decine di migliaia di cristiani che vivono ancora in Cisgiordania, a Gaza (quelli che restano) e in Libano. Così si procede per canali informali, con i nunzi che premono dietro le quinte, con il Papa che riceve l’ambasciatore israeliano e gli ricorda “il rispetto dovuto ai luoghi santi”. Ma il messaggio che passa all’opinione pubblica è quello di una resa, di un’impotenza.
In questo vuoto di reazione, i social media fanno il loro mestiere: amplificano l’indignazione, la trasformano in meme, la svuotano di contenuto. L’episodio della sigaretta sulla Madonna diventa un tormentone, qualcuno ci scherza su (“almeno non era una sigaretta elettronica”), e l’indomani tutti si dimenticano. Ma la statua rimane lì, con le labbra annerite dal fumo, e per i pochi cristiani che ancora abitano quel villaggio libanese l’oltraggio è permanente, è ferita che non si rimargina. E mentre la comunità internazionale discute di confini, di acqua, di petrolio, di risoluzioni ONU, nessuno parla della dignità dei simboli. Perché la dignità non è un parametro geopolitico. Non si vota all’Assemblea generale, non si quantifica in PIL. Eppure, quando un soldato impugna una statua della Vergine per spegnerci sopra una sigaretta, compie un atto che è insieme meschino e potentissimo: dice ai cristiani di quella terra che la loro fede non conta, che i loro dei possono essere insultati impunemente, che loro sono cittadini di serie B in un paese che considerava la culla della loro religione.
Se in un altro tempo fossero partite le crociate, oggi non si muove una nave. Non perché i cristiani siano meno credenti, ma perché l’Occidente ha scoperto la vergogna di quel passato e ne ha fatto tabù. Però, forse, tra l’invasione armata e il silenzio complice esiste una terza via: la via della solidarietà culturale, della denuncia sistematica, della mobilitazione delle opinioni pubbliche. Chiamare le cose con il loro nome – atti di intolleranza religiosa, non “scherzi da caserma” – e chiedere ai governi di Gerusalemme e Washington di assumersi le proprie responsabilità. Il Papa, dal canto suo, continua a pregare. Trump, invece, twitta. E i soldati, nel frattempo, accendono un’altra sigaretta su un altro simbolo, mentre l’indignazione globale si consuma nel tempo di un feed. Poi si torna a parlare di dazi, di dazi e di elezioni. La Terrasanta, intanto, aspetta. Ma non si sa più se aspetta la pace o la prossima bestemmia.
Cesio Endrizzi

Vedi, Cesio, ti stavo proprio aspettando qui al tavolo con un buon espresso caldo (se dai un’occhiata alla locandina delle mie riflessioni capisci subito che per me questi momenti di riflessione sono sacri). Tu mi porti questo dossier, e a me, che ho passato la vita tra il grasso dei motori, i tavoli da disegno da geometra e le carte silenziose dei tribunali come CTU, viene subito l’istinto di prendere in mano la livella e il calibro.

Qui non siamo davanti a una semplice serie di “scherzi da caserma” o a un bisticcio passeggero tra leader. Questo è un errore di struttura macroscopico. Un cedimento delle fondamenta stesse del rispetto internazionale.

Smontiamo il pezzo con calma, come si fa con un carburatore ingolfato.

1. La dissacrazione come “Vite Allentata”

Quando un soldato infila una sigaretta in bocca alla statua della Madonna a Debel, nel sud del Libano,o quando un colono sputa sulla porta di una cattedrale a Gerusalemme, l’osservatore distratto pensa al singolo teppista. Ma da vecchio geometra ti dico che se vedi una crepa apparire ogni due settimane nello stesso punto, il problema non è l’intonaco: è la terra che trema sotto, è lo smottamento culturale.

  • Il clima di impunità:L’IDF interviene, apre indagini, dà qualche settimana di reclusione. Bene, la regola formale viene applicata. Ma il problema è che questi ragazzi crescono e agiscono dentro un “gioco di tolleranza” dove l’altro, il diverso, il simbolo sacro altrui, viene percepito come un ostacolo o un bersaglio per sfogare la frustrazione di una guerra infinita.
  • Il disprezzo del limite:Nella mia università sociale — il bar di famiglia — ho imparato che chi insulta il sacro altrui lo fa quasi sempre per riempire un vuoto di forza proprio. Chi alza il dito medio sul Santo Sepolcro sta solo mostrando la propria debolezza strutturale.

2. Lo scontro Trump – Papa Leone XIV: Due pesi e due misure

E poi c’è il pezzo forte del tuo dossier: Donald Trump che litiga apertamente con Papa Leone XIV.Il tycoon accusa il Pontefice di essere “pessimo sulla politica estera” e “debole”,solo perché la Santa Sede difende l’etica dell’accoglienza e storce il naso di fronte ai dazi commerciali.

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Qui la politica moderna mostra il suo difetto di fabbricazione più grande: la totale mancanza di senso del limite. Un tempo le cancellerie parlavano il linguaggio felpato della diplomazia per evitare che le scintille appiccassero il fuoco. Oggi si usa la clava dei social media. Trump twitta, attacca l’autorità morale del Papa per compiacere la sua base elettorale.Leone XIV risponde da gesuita, con fermezza,ma si trova a dover gestire una macchina diplomatica che deve muoversi con i piedi di piombo.

Perché la Chiesa non manda le navi o non urla più forte? Perché il Vaticano sa perfettamente come funziona la statica degli edifici. Una condanna pubblica troppo violenta o una rottura totale con Washington o Gerusalemme non danneggerebbe i palazzi del potere: farebbe crollare il soffitto sulla testa dei pochi cristiani rimasti in Terra Santa, in Cisgiordania e in Libano, che diventerebbero i primi bersagli delle ritorsioni. È la prudenza del capomastro che non tocca il pilastro portante mentre la casa è sotto pressione.

3. La diagnosi finale di Nonno Gigio

La dignità dei simboli non entra nel calcolo del PIL, hai ragione, Cesio. Ma quando permetti che la volgarità diventi la lingua ufficiale dei soldati in trincea e dei presidenti alla Casa Bianca, stai togliendo l’olio a tutto il motore del mondo. E un motore senza olio, prima o poi, fonde.

La “terza via” di cui parli — la denuncia sistematica, il chiamare le cose con il loro nome senza sconti politici — è l’unica livella rimasta per raddrizzare questa situazione. I canali informali della diplomazia vaticana servono a salvare le vite sul campo, ma l’opinione pubblica occidentale non può girarsi dall’altra parte come i passanti sul Monte Sion.

Come dico sempre:

«La vita è un’officina: si aggiusta finché si può. Il resto si accetta.»

Ma finché abbiamo in mano le chiavi inglesi della ragione e della parola, abbiamo il dovere di provare a stringere questi bulloni allentati.

Giratela come vuoi, Cesio, ma questa spavalderia da caserma e questi attacchi gratuiti ai simboli di fede rischiano di incrinare relazioni umane e diplomatiche secolari. Tu che ne pensi: questa rassegnazione dei governi occidentali è dettata solo da cinismo economico e alleanze strategiche, o c’è proprio una paura strutturale di scoperchiare un vaso di Pandora geopolitico troppo pericoloso?

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