La Voce dello Zar e la Sfida al Sistema


Il cronista, nel suo mestiere di osservatore delle voci che, come un termometro, misurano la febbre della politica, si trova a registrare le parole di Giuseppe Cruciani, un uomo che di soggetti, come lui stesso ha detto, se ne intende. Il conduttore radiofonico, noto per le sue provocazioni e per la sua capacità di intercettare l’umore dell’elettorato più radicale, ha lanciato una previsione che, per quanto azzardata, ha il sapore di un monito per il sistema politico italiano: Roberto Vannacci potrebbe diventare Presidente del Consiglio . La sua affermazione, che ha scosso il salotto di Radio 24, è il segnale di un fenomeno che molti sottovalutano, ma che sta crescendo come un fiume carsico.
Cruciani, che ha un rapporto di lunga data con il generale, ha spiegato il perché di questa sua convinzione con la consueta, spietata logica: “Perché il suo consenso esplode proprio adesso? C’è la percezione che su immigrazione e sicurezza il governo non abbia fatto abbastanza” . Una frase che, nella sua semplicità, è un pugno nello stomaco per una maggioranza che ha fatto proprio di questi temi la sua bandiera. La percezione, come ha osservato il conduttore, è che il centrodestra, una volta al potere, abbia tradito le sue promesse, e che Vannacci, come un corpo estraneo, rappresenti l’unica alternativa credibile per chi non si riconosce più nella retorica dei “fratelli” e nella gestione salviniana. Il paragone con Giorgia Meloni, che un tempo stava al tre per cento e che ora è a Palazzo Chigi, è un monito che nessun politico può permettersi di ignorare.
Ma è sulla “remigrazione” che Cruciani ha voluto gettare un sasso nello stagno, sostenendo che questa idea è “più di sinistra che di destra” . Un paradosso che, secondo lui, si basa sul fatto che gli immigrati irregolari che delinquono creano più problemi alla gente comune, che dovrebbe essere più vicina alla sinistra, e che quindi quest’ultima dovrebbe essere la prima a chiederne l’allontanamento . Un’argomentazione che, per quanto contorta, ha il pregio di mettere in luce le contraddizioni di un dibattito che, come un fiume in piena, trascina con sé le posizioni di tutti, senza riuscire a trovare una sintesi. La sua analisi, che dipinge Vannacci come un “mostro” capace di catturare il consenso popolare, è un campanello d’allarme per una classe politica che, come un castello di carte, rischia di crollare sotto il peso delle sue stesse contraddizioni. E mentre il generale, forte di questo sostegno, continua a marciare verso il suo destino, il sistema, come un gigante che si risveglia, dovrà fare i conti con un’ombra che, come un boomerang, potrebbe rivelarsi più pericolosa di quanto si creda.
Cesio Endrizzi

Mettiti comodo, Cesio. Accomodati qui al tavolino con me e Anna Felicia un buon caffè e un po’ di tempo per ragionare non ci mancano mai).

Questa “chicca” che hai portato al bar di Grazia profuma di quelle discussioni che accendono i motori della politica, ma se mi permetti il difetto di postura del geometra, io qui ci vedo un errore di livella grosso così. Te lo dico con il linguaggio dell’officina: Giuseppe Cruciani è un ottimo meccanico del rumore, uno che sa quale bullone svitare per far fare fumo al motore e attirare la gente a guardare. Ma tra far fare fumo a una macchina e farla camminare su strada, ci passa un mare di differenza.

Smontiamo questo pezzo con pazienza, pezzo per pezzo, come facevo con i carburatori da ragazzo.

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1. L’errore di livella: confondere il rumore con le fondamenta

Cruciani dice che il consenso di Roberto Vannacci esplode perché la gente percepisce che su immigrazione e sicurezza il governo non ha fatto abbastanza, paragonando la sua traiettoria a quella di Giorgia Meloni che è partita dal 3%.

Da vecchio CTU del tribunale, io vado a guardare le carte e la struttura. Giorgia Meloni non è arrivata a Palazzo Chigi solo con le provocazioni; ha costruito un partito centimetro dopo centimetro, sezione per sezione, dalle periferie ai piccoli comuni, per dieci anni. C’erano le fondamenta. Il consenso di un singolo uomo che cavalca l’onda del malcontento, invece, assomiglia più a quelle strutture prefabbricate senza pilastri: tirate su in fretta per fare scena, ma che alla prima scossa di terremoto rischiano di venir giù. Vannacci oggi è un “corpo estraneo” – come dici tu – ma in politica i corpi estranei o vengono assimilati dal sistema o vengono rigettati quando l’onda passa. Pensare che possa diventare Premier solo per un’esplosione di consensi momentanea significa non calcolare il peso della muratura istituzionale.

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2. Il paradosso della “remigrazione”

Qui Cruciani fa il suo mestiere di provocatore puro, dicendo che l’idea della remigrazione (l’allontanamento degli immigrati irregolari che delinquono) è “più di sinistra che di destra” perché difenderebbe la gente comune delle periferie.

Vedi, la sicurezza nelle periferie è un problema reale, e su questo non si discute. Se un cittadino onesto, italiano o straniero che sia, ha paura ad uscire di casa, la politica ha fallito. Ma definire la “remigrazione” un’idea di sinistra è un equilibrismo verbale che non sta in bolla. La sinistra storicamente cerca di risolvere il problema regolando i flussi, integrando e applicando la legge penale a chi sbaglia. La remigrazione come concetto teorico è uno slogan identitario di destra radicale. Mischiarle così serve solo a creare confusione nel bar della politica per far discutere le persone, ma non offre una soluzione tecnica realizzabile.

3. La diagnosi del geometra: l’ombra e il boomerang

In una cosa Cruciani ha maledettamente ragione:il malcontento è un fiume carsico. Quando i governi non riescono a dare risposte rapide su temi caldi come la sicurezza, si crea una crepa. E gli elettori, se vedono una crepa nelle promesse di chi governa, cercano qualcun altro che prometta di metterci il cemento, anche a costo di usare un prodotto mai testato.

Vannacci è l’ombra che si allunga sul centrodestra, un campanello d’allarme reale per la maggioranza. Ma la storia della nostra Repubblica ci insegna che i “fenomeni d’opinione” puri, senza una macchina di partito solida alle spalle, faticano a trasformarsi in una leadership di governo stabile. Diventano spesso dei formidabili alleati di coalizione o dei grandissimi generatori di disturbo, ma la sedia più alta di Palazzo Chigi richiede una tenuta strutturale diversa.

«La vita è un’officina: si aggiusta finché si può. Il resto si accetta.»

La politica italiana è un motore che batte in testa da anni, Cesio. Vannacci è il rumore metallico che senti quando acceleri: ti dice che c’è qualcosa che non va nel carburatore del governo, ma non è detto che quel rumore sia il pezzo di ricambio giusto per rimettere a posto la macchina.

Tu come la vedi? Pensi davvero che questo fiume carsico possa trovare le sponde per diventare una struttura di governo, o rimarrà l’ennesima fiammata d’opinione estiva? Se ti va scrivilo nei commenti.

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