Al bar stamattina non si parlava d’altro. Il titolo rimbalza tra i tavolini: il Presidente Sergio Mattarella tace sul “Board of Peace” voluto da Donald Trump, ma nel Palazzo sanno che il suo silenzio non è mai neutro.
Il governo di Giorgia Meloni ha annunciato la partecipazione come “osservatore”. Presenza, ascolto, nessun vincolo. Formalmente nulla che contraddica l’articolo 11 della Costituzione: l’Italia può aderire a organismi internazionali, ma solo in condizioni di parità e nel solco del diritto internazionale.
Finché si resta spettatori, il Colle può non intervenire. Ma se si parlasse di adesione formale, firma, impegni strutturali, allora il discorso cambierebbe.
Perché il “Board of Peace” — così viene raccontato — non è l’Organizzazione delle Nazioni Unite. Non nasce da un trattato multilaterale, non ha una struttura condivisa tra Stati sovrani. È un’iniziativa politica, con una guida fortemente personalizzata.
E qui sta il punto.
Mattarella in questi anni ha difeso apertamente il multilateralismo, il diritto internazionale, il ruolo dell’ONU. Non ha mai nascosto la sua visione europeista e atlantica fondata su regole comuni, non su leadership personali.
Al tavolo del bar si dividono le opinioni.
Ciro scuote la testa: “Ma che male c’è a partecipare? Meglio esserci che restare fuori.”
Peppe ribatte: “Essere osservatori oggi, firmatari domani. Le cose iniziano sempre così.”
Grazie — che ormai al bar è diventata la voce della misura — prova a riportare equilibrio: “Ragazzi, la diplomazia è anche presenza tattica. Ma il punto non è andarci o no. Il punto è sapere fin dove si può arrivare senza spostare l’asse costituzionale.”
Ed è qui che il silenzio del Quirinale pesa.
Perché il Presidente non entra nella polemica quotidiana. Ma è il garante dell’equilibrio tra poteri e del rispetto dei trattati. Se domani quella presenza simbolica diventasse adesione politica strutturata, il Colle non potrebbe limitarsi al silenzio.
Non sarebbe uno scontro tra personalità. Sarebbe una questione di architettura istituzionale.
Il bar si scalda, le voci si sovrappongono. Poi, come sempre, entra nonno Gigio. Si toglie il cappello, ascolta, e sentenzia:
“Figli miei, quanno ’o Presidente tace, state sicuri che sta pensando. E quanno sta pensando, significa che ’o confine è vicino. Andare a guardare nun è peccato. Ma firmare senza capire chi tiene ’a penna… chillo sì che è pericoloso.”
Silenzio.
Perché al di là delle simpatie e delle antipatie, nessuno al bar vuole fare un passo indietro sui principi. E quando si parla di sovranità, trattati e Costituzione, la prudenza non è debolezza. È memoria.
È la settimana di Carnevale. E mai come ora la politica sembra un ballo in maschera.
Si parla di riforme, di efficienza, di modernizzazione. Ma poi il ministro della Giustizia Carlo Nordio definisce il sistema delle correnti del Consiglio Superiore della Magistratura “para-mafioso”. Non è una sfumatura. È una scelta.
Quando si evocano certe parole in Italia, non si fa solo polemica. Si costruisce un immaginario. E l’immaginario serve a preparare il terreno.
Il punto non è negare che nel CSM esistano criticità. Esistono, sono note, e vanno affrontate. Il punto è un altro: delegittimare l’organo di autogoverno della magistratura significa colpire il principio di separazione dei poteri.
E qui la maschera cade.
Perché la separazione dei poteri non è un orpello. È la risposta storica a un passato in cui il potere concentrato diventava arbitrio. I Padri Costituenti non erano ingenui: avevano visto cosa accade quando la giustizia dipende dall’esecutivo.
Ogni volta che si presenta l’indipendenza della magistratura come un ostacolo, come un nemico, come un sistema chiuso da smantellare, si manda un messaggio preciso:
“il controllo sul potere dà fastidio”.
E in democrazia il controllo non è un fastidio. È una garanzia.
Il rischio non è la riforma. Il rischio è la cultura della delegittimazione. È l’idea che chi controlla debba essere ridimensionato perché “disturba”.
Carnevale finisce. Le maschere si tolgono. E resta la domanda vera: vogliamo istituzioni che si controllano a vicenda o un sistema dove chi governa non sopporta contrappesi?
Al bar, nonno Gigio guarda la televisione che trasmette l’ennesimo talk show acceso e sospira:
“Figli miei, a Carnevale ogni scherzo vale. Ma quanno ’o potere comincia a dire che chi lo controlla è ’o problema… allora nun è cchiù festa. È ’o momento di guardare bene chi tiene ’a maschera e chi tiene ’a faccia.”
E questa volta nessuno ride. Perché certe maschere, nella storia italiana, le abbiamo già viste.
Nel fragile equilibrio della Repubblica, le parole contano. E quando a pronunciarle è il ministro della Giustizia Carlo Nordio, il peso specifico aumenta. Il recente paragone che ha accostato alcune dinamiche della magistratura a comportamenti “para-mafiosi” ha acceso inevitabilmente lo scontro politico e istituzionale.
Parole forti, che in un Paese come l’Italia — dove la lotta alla mafia è costata sangue e vite — non possono essere considerate semplici metafore polemiche.
Il nodo resta quello di sempre: l’equilibrio tra poteri. Il Consiglio Superiore della Magistratura è stato pensato dai Padri Costituenti proprio per garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dal potere esecutivo. Non fu una scelta casuale. Venivamo da un’esperienza storica in cui la giustizia era piegata al potere politico. La separazione dei poteri non è un vezzo teorico: è una cintura di sicurezza democratica.
Certo, esistono criticità. Le correnti interne, anche se solo il 20 % dei magistrati è iscritto ad una associazione l’atro 80 % e libero dalle dinamiche associative, le tensioni tra procure e politica sono fatti reali e legittimamente criticabili. Ma un conto è riformare, altro è delegittimare.
Il caso del procuratore di Napoli Nicola Gratteri, finito al centro di polemiche per alcune dichiarazioni pubbliche, tra l’altro riferite al caso Calabria, si inserisce in questo clima già surriscaldato. Se ogni parola diventa un’arma e ogni critica un affronto istituzionale, il rischio è quello di trasformare il confronto in un braccio di ferro permanente.
Il mio punto è semplice: la magistratura non si tocca. Non perché sia perfetta. Non perché sia infallibile. Ma perché l’indipendenza del giudice è la garanzia ultima del cittadino contro ogni abuso di potere.
I Padri Costituenti divisero i poteri per diffidenza reciproca, non per fiducia cieca. Sapevano che il potere tende naturalmente ad espandersi. E che solo un altro potere, autonomo e forte, può contenerlo.
Al bar, come sempre, la discussione si accende. C’è chi applaude Nordio, chi difende le toghe, chi vede complotti ovunque. Poi nonno Gigio posa la tazzina e dice piano:
“Sentite a me. Quanno ’o potere parla troppo forte contro chi deve controllarlo, io mi preoccupo assai. Perché ’a legge nun è ’na bandiera da sventolare. È ’o muro che ci difende quanno ’o viento gira. E ’o muro, figli miei, nun se tocca. Se rinforza.”
C’è un’ora, a Napoli, in cui i vicoli profumano di sugo. È l’ora in cui le botteghe abbassano la saracinesca per la pausa e le case si riempiono di voci. È lì che nasce la Pasta allo Scarpariello, figlia di una città operosa, povera ma geniale, capace di trasformare il necessario in straordinario.
Il nome viene dagli “scarpari”, i calzolai. Non chef stellati, non cuochi di corte. Artigiani. Uomini che lavoravano cuoio e chiodi fino a sera, e che a mezzogiorno avevano bisogno di qualcosa di rapido, sostanzioso, economico. La pasta allo scarpariello era il loro pranzo: veloce da preparare, fatta con ciò che c’era in casa o che si riceveva in cambio di una riparazione — qualche pomodoro, un pezzo di formaggio, un filo d’olio.
Non è solo una ricetta. È un’abitudine popolare.
Il segreto? L’equilibrio, non l’abbondanza
Pomodoro fresco, aglio, olio extravergine, pecorino romano e parmigiano grattugiati. Niente di più. Eppure tutto deve essere calibrato: l’acidità del pomodoro, la sapidità dei formaggi, la cremosità che nasce dall’acqua di cottura. Il peperoncino, discreto ma presente, ricorda che Napoli ama il carattere.
La pasta — mezze maniche, penne, oppure gli spaghetti spezzati come si faceva una volta — raccoglie il sugo e lo trattiene. Il risultato è filante, avvolgente, immediato. Non ha bisogno di decorazioni. Ha bisogno di pane per la scarpetta.
Un piatto di popolo, non di scena
Lo scarpariello non nasce per stupire. Nasce per nutrire. È la cucina delle case con le finestre aperte sui cortili, delle nonne che mescolano energicamente in padella, dei piatti serviti ancora fumanti mentre qualcuno grida: “Venite a tavola!”.
È un piatto che racconta una Napoli concreta, quella che lavora, che inventa, che non spreca. I formaggi grattugiati erano spesso “avanzi nobili”: pezzetti stagionati che diventavano oro una volta sciolti nel sugo caldo.
E anche oggi, quando lo si prepara, si ripete quel gesto antico: mantecare a fuoco basso, aggiungere un mestolo di acqua di cottura, mescolare finché la salsa non diventa crema. È un rito domestico, quasi identitario.
Abitudini e convivialità
La pasta allo scarpariello non è un piatto da mangiare in silenzio. È conviviale. Si accompagna a un bicchiere di Gragnano fresco o a un Aglianico del Vulture giovane e fruttato, capaci di reggere il pomodoro e la sapidità dei formaggi.
Accanto, un’insalata semplice o delle melanzane grigliate. Ma il vero contorno è la conversazione. Perché a Napoli si mangia discutendo, raccontando, commentando la giornata.
Tradizione viva, non cartolina
Oggi lo scarpariello entra nei ristoranti, viene impreziosito con maggiorana fresca o un filo d’olio aromatizzato. Ma il cuore resta lo stesso: semplicità intelligente.
È la dimostrazione che la cucina popolare non è povera: è essenziale. E l’essenziale, quando è fatto bene, diventa memoria collettiva.
Ogni forchettata di pasta allo scarpariello racconta una città che non ha mai avuto paura di arrangiarsi. Una città che ha fatto della necessità un’arte. E che ancora oggi, tra un vicolo e una cucina, continua a insegnare che la grandezza non sta negli ingredienti rari, ma nella sapienza di chi li sa unire.
Una delle tante ricette
Ingredienti per 4 porzioni
400 g di pasta corta (mezze maniche, penne o spaghetti spezzati)
400 g di pomodori pelati o pomodorini freschi
50 g di pecorino romano grattugiato
50 g di parmigiano reggiano grattugiato
2 spicchi d’aglio
50 ml di olio extravergine d’oliva
Sale e pepe q.b.
Peperoncino fresco o in polvere a piacere
Basilico fresco per guarnire
Extra gourmet: qualche foglia di maggiorana o un filo di olio aromatizzato al peperoncino.
Preparazione
1. Preparare il Sugo
In una padella ampia, scalda l’olio extravergine d’oliva e fai dorare leggermente gli spicchi d’aglio schiacciati. Aggiungi i pomodori pelati o i pomodorini tagliati a metà, un pizzico di sale e il peperoncino. Lascia cuocere a fuoco medio per circa 15 minuti, fino a ottenere una salsa densa e profumata. Schiaccia leggermente i pomodori con un cucchiaio per favorire l’omogeneità.
2. Cuocere la Pasta
Porta a ebollizione abbondante acqua salata e cuoci la pasta al dente, seguendo i tempi indicati sulla confezione. Scolala conservando un mestolo di acqua di cottura.
3. Mantecare con Formaggi
Trasferisci la pasta nella padella con il sugo. Aggiungi il pecorino e il parmigiano grattugiati e mescola energicamente a fuoco basso, aggiungendo un po’ di acqua di cottura se necessario. L’obiettivo è ottenere un condimento cremoso e avvolgente, che si leghi perfettamente alla pasta.
4. Servizio
Servi la pasta allo scarpariello calda, guarnita con foglie di basilico fresco e, se vuoi, un filo d’olio a crudo. Il piatto deve risultare filante, aromatico e armonioso, con il giusto equilibrio tra acidità del pomodoro e sapidità dei formaggi.
Abbinamenti Consigliati
Vini: un rosso giovane e fruttato come il Aglianico del Vulture o il Gragnano DOC, capace di bilanciare la dolcezza del pomodoro e la sapidità dei formaggi.
Birre: una birra ambrata o una Lager chiara, leggere ma strutturate per accompagnare la pasta senza coprirne i sapori.
Contorni: insalata di stagione, melanzane grigliate o peperoni arrosto, per aggiungere freschezza e colore.
Extra gourmet: qualche scaglia di parmigiano stagionato o una spolverata di pepe nero appena macinato per intensificare i profumi.
Consigli dello Chef
La scelta dei formaggi è fondamentale: pecorino romano stagionato e parmigiano di qualità assicurano la cremosità e il sapore autentico del piatto.
La pasta corta trattiene meglio il condimento, ma anche gli spaghetti spezzati o i fusilli sono ideali.
Non cuocere troppo la pasta: deve rimanere al dente per amalgamarsi perfettamente con la salsa cremosa.
Mescolare energicamente e mantecando a fuoco basso è la chiave per ottenere la perfetta cremosità filante.
Ingredienti per 4 porzioni
400 g di pasta corta (mezze maniche, penne o spaghetti spezzati)
400 g di pomodori pelati o pomodorini freschi
50 g di pecorino romano grattugiato
50 g di parmigiano reggiano grattugiato
2 spicchi d’aglio
50 ml di olio extravergine d’oliva
Sale e pepe q.b.
Peperoncino fresco o in polvere a piacere
Basilico fresco per guarnire
Extra gourmet: qualche foglia di maggiorana o un filo di olio aromatizzato al peperoncino.
Preparazione
1. Preparare il Sugo
In una padella ampia, scalda l’olio extravergine d’oliva e fai dorare leggermente gli spicchi d’aglio schiacciati. Aggiungi i pomodori pelati o i pomodorini tagliati a metà, un pizzico di sale e il peperoncino. Lascia cuocere a fuoco medio per circa 15 minuti, fino a ottenere una salsa densa e profumata. Schiaccia leggermente i pomodori con un cucchiaio per favorire l’omogeneità.
2. Cuocere la Pasta
Porta a ebollizione abbondante acqua salata e cuoci la pasta al dente, seguendo i tempi indicati sulla confezione. Scolala conservando un mestolo di acqua di cottura.
3. Mantecare con Formaggi
Trasferisci la pasta nella padella con il sugo. Aggiungi il pecorino e il parmigiano grattugiati e mescola energicamente a fuoco basso, aggiungendo un po’ di acqua di cottura se necessario. L’obiettivo è ottenere un condimento cremoso e avvolgente, che si leghi perfettamente alla pasta.
4. Servizio
Servi la pasta allo scarpariello calda, guarnita con foglie di basilico fresco e, se vuoi, un filo d’olio a crudo. Il piatto deve risultare filante, aromatico e armonioso, con il giusto equilibrio tra acidità del pomodoro e sapidità dei formaggi.
Abbinamenti Consigliati
Vini: un rosso giovane e fruttato come il Aglianico del Vulture o il Gragnano DOC, capace di bilanciare la dolcezza del pomodoro e la sapidità dei formaggi.
Birre: una birra ambrata o una Lager chiara, leggere ma strutturate per accompagnare la pasta senza coprirne i sapori.
Contorni: insalata di stagione, melanzane grigliate o peperoni arrosto, per aggiungere freschezza e colore.
Extra gourmet: qualche scaglia di parmigiano stagionato o una spolverata di pepe nero appena macinato per intensificare i profumi.
Consigli dello Chef
La scelta dei formaggi è fondamentale: pecorino romano stagionato e parmigiano di qualità assicurano la cremosità e il sapore autentico del piatto.
La pasta corta trattiene meglio il condimento, ma anche gli spaghetti spezzati o i fusilli sono ideali.
Non cuocere troppo la pasta: deve rimanere al dente per amalgamarsi perfettamente con la salsa cremosa.
Mescolare energicamente e mantecando a fuoco basso è la chiave per ottenere la perfetta cremosità filante.
Domenica, ore 13.40. Via Alessandro Manzoni è il solito serpentone di lamiere che sale verso le colline. Clacson nervosi, scooter che si infilano dove possono, famiglie che tornano a casa con il pane ancora caldo sul sedile. La scena è quella di sempre, finché il copione cambia: sirene accese, lampeggianti, un’auto blu che esce dalla fila e invade la corsia opposta, sorpassando decine di veicoli fermi.
Al finestrino posteriore, abbassato, il volto di Gennaro Sangiuliano. Ex ministro della Cultura, oggi protagonista di una domenica napoletana che in pochi minuti finisce sui social. I commenti si sprecano, tra sarcasmo e indignazione. Napoli osserva, registra, ironizza. Come sempre.
L’auto è quella del servizio di scorta, beneficio che l’ex titolare del Mic continua a mantenere. Nulla di illegale, almeno in linea di principio: i mezzi di emergenza possono effettuare manovre straordinarie. Ma qui non c’era un attentato in corso, né un’urgenza istituzionale. Solo traffico. E forse una lasagna che rischiava di raffreddarsi.
Il punto, però, non è il Codice della strada. È il simbolo.
Un’ex figura di governo che si fa largo a sirene spiegate in mezzo alla gente comune richiama inevitabilmente una delle scene più celebri del cinema italiano: quella de Il Marchese del Grillo, con Alberto Sordi che, dall’alto del suo privilegio aristocratico, sentenzia: “Perché io so’ io… e voi non siete un…”.
È una battuta diventata proverbiale. Non parla solo di un personaggio settecentesco. Parla di un atteggiamento eterno: il potere che si percepisce sopra le regole, la distanza tra chi può e chi deve aspettare.
Napoli è una città allergica alle gerarchie ostentate. Accetta l’autorità quando è necessaria, ma mal digerisce il privilegio esibito. Perché qui la fila è un rito collettivo: si sbuffa, si impreca, si scherza. Ma si resta dentro.
E allora quell’auto blu che taglia la corsia opposta non è solo una manovra. È una fotografia. È la metafora di un’Italia in cui la differenza tra “servizio” e “status” diventa sempre più sottile.
Nel frattempo, al bar sotto casa, la scena diventa materia di discussione. Caffè stretto, giornale piegato sotto il braccio, qualcuno cita Sordi, qualcun altro alza le spalle. Poi entra nonno Gigio, il decano del tavolino d’angolo. Ascolta in silenzio. Sorride appena. E alla fine dice:
“Figli miei, ’a sirena fa rumore, ma è ’a coscienza che dovrebbe fare luce. Se tieni bisogno d’’o lampeggiante pe’ passà avanti, allora ’a fila nun l’hai capita. ’A differenza nun sta dint’ ’a machina. Sta dint’ ’a capa.”
E cala il silenzio. Perché a Napoli, pure quando si ride, certe cose si capiscono al volo.
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