SAL DA VINCI MENTRE CANTA

Un commento sulla standing ovation di Sal è d’obbligo.

Nonno Gigio: tra la favola e la realtà

Al bar stamattina si parlava di lui, di Sal Da Vinci, e della sua canzone che ti entra in testa senza chiedere permesso.

E io lo dico subito, senza giri di parole: è vero.
È orecchiabile, allegra, trascinante. Ti mette di buonumore. È una carezza in un tempo che sembra fatto solo di schiaffi.

La voce? Cristallina. Potente.
E sì, quando lo vedi così “piccirillo” ti chiedi pure tu:addo’ esc?
Dizione chiara, parole comprensibili — che oggi è quasi rivoluzionario. Non devi seguire il Festival con i sottotitoli come se fossi all’opera. E le parole, come diceva Mogol, contano quanto la musica.

E poi c’è l’uomo. Figlio d’arte, ma senza l’arroganza del cognome. Uno che il mestiere lo fa da quando era bambino, con il sorriso acceso e quella luce negli occhi di chi sembra dire, ogni volta:Adda passà ‘a nuttata.

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Fin qui, applausi sinceri. Senza ironia.


Ma adesso viene la parte meno comoda

Perché tu poni una questione seria:
può un Festival come Festival di Sanremo vivere solo di favole romantiche?

Sanremo non è la festa dell’oratorio. È una vetrina internazionale. È competizione. È anche laboratorio musicale. E oggi la musica evolve a una velocità spietata: produzioni complesse, contaminazioni, testi che parlano di identità, di disagio, di politica, di inquietudini generazionali.

Una canzone “nazionalpopolare” funziona? Certo.
Ma basta per rappresentare il presente?

Il rischio non è la semplicità.
Il rischio è l’immobilità.

Se l’arte consola soltanto e non provoca mai, diventa ninna nanna. E un popolo sempre cullato rischia di addormentarsi davvero.


Illusione o respiro?

Attenzione però a non fare l’errore opposto.
Non tutto deve essere manifesto sociale. Non tutto deve essere rabbia. La musica è anche evasione, sogno, leggerezza. In tempi cupi, la leggerezza può essere una forma di resistenza.

Il problema nasce quando il sogno sostituisce la realtà, non quando la accompagna.

Se ci rifugiamo solo nella favola del principe e della ragazza del popolo, rischiamo di ignorare il mondo fuori.
Se invece ci concediamo tre minuti di favola e poi torniamo a pensare con la nostra testa, allora quella canzone diventa ossigeno, non anestesia.


La chiosa di Nonno Gigio

La purezza non è un difetto.
La nostalgia non è una colpa.
Ma nemmeno devono diventare un alibi.

Godiamoci la melodia. Cantiamola sotto la doccia.
Ma quando finisce il ritornello, apriamo gli occhi.

Perché i sogni servono a far crescere i bambini.
Gli adulti, invece, devono trasformare la realtà.

E se una canzone ci dà un po’ di luce per farlo, ben venga.
Ma la luce non deve abbagliare. Deve aiutare a vedere meglio.

Adesso pagate il caffè — che la rivoluzione non la fa Sanremo, ma nemmeno la fa chi resta seduto a lamentarsi.

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