Deng Xiaoping e l’Italia che non osa

La Cina di Deng Xiaoping partiva da una povertà che oggi in Italia fatichiamo perfino a immaginare. Carestie recenti, redditi pro capite paragonabili ai Paesi africani più poveri, tecnologia arretrata di decenni, isolamento internazionale e un sistema economico centralizzato che soffocava ogni iniziativa. Un Paese immenso, stremato, senza capitali, senza know-how, senza credibilità.

Eppure, da quella condizione disperata, è nata una delle più impressionanti trasformazioni economiche della storia umana.

Deng Xiaoping non era un visionario romantico. Era un pragmatico spietato. La sua celebre frase —

«Non importa se il gatto è bianco o nero, purché prenda i topi»

— dovrebbe essere incisa sopra ogni aula parlamentare italiana. In quelle poche parole c’è tutto ciò che manca alla nostra classe dirigente: il culto del risultato, la subordinazione dell’ideologia all’efficacia, la capacità di cambiare strada quando quella imboccata si rivela fallimentare.

Le Quattro Modernizzazioni non furono slogan elettorali, ma una tabella di marcia. Agricoltura, industria, difesa, scienza e tecnologia: obiettivi chiari, misurabili, perseguiti nel tempo. Niente bonus a pioggia, niente micro-riforme cosmetiche, niente annunci seguiti dal nulla.

Il primo atto rivoluzionario avvenne nelle campagne. Il collettivismo improduttivo fu smantellato con freddezza e sostituito dal sistema di responsabilità familiare. Ai contadini fu restituito l’incentivo fondamentale: il legame tra lavoro e risultato. Il surplus poteva essere venduto. La produttività esplose. La fame scomparve. In pochi anni, milioni di persone migliorarono concretamente la propria vita.

Poi arrivarono le Zone Economiche Speciali. Shenzhen, oggi una metropoli tecnologica, era un villaggio di pescatori. La Cina aprì le porte ai capitali stranieri senza complessi di inferiorità: tasse basse, regole chiare, manodopera disponibile. Capitalismo sì, ma governato. Sperimentazione sì, ma con una direzione precisa. Il risultato fu una macchina industriale che attirò investimenti e tecnologia da tutto il mondo.

Questa scelta generò la più grande migrazione interna della storia. Centinaia di milioni di persone lasciarono le campagne per lavorare nelle fabbriche. Nessuno parlava di “decrescita felice”. Nessuno demonizzava il lavoro industriale. Si lavorava, duramente, per costruire un futuro migliore. La Cina diventò la fabbrica del mondo.

Parallelamente, lo Stato investì in modo ossessivo in istruzione e competenze. Il merito tornò centrale con il ripristino del Gaokao. Migliaia di studenti furono mandati all’estero con una missione precisa: imparare e tornare. Non fuggire. Tornare. Applicare. Costruire.

Le infrastrutture completarono l’opera: autostrade, porti, aeroporti, ferrovie ad alta velocità. Non cattedrali nel deserto, ma reti funzionali alla produzione e all’export. Il territorio fu cucito insieme con cemento, acciaio e visione strategica.

I numeri parlano chiaro: crescita media vicina al 10% per trent’anni, oltre 800 milioni di persone sottratte alla povertà, nascita di una vasta classe media, integrazione piena nei mercati globali con l’ingresso nel WTO. Oggi la Cina non è solo un produttore a basso costo, ma una potenza tecnologica, industriale e commerciale.

E l’Italia?

L’Italia partiva infinitamente meglio. Nessuna carestia. Un tessuto industriale avanzato. Una posizione geografica strategica. Capitale umano, risparmio privato, creatività. Eppure, mentre la Cina pianificava sul lungo periodo, noi litigavamo sul breve. Mentre loro costruivano infrastrutture, noi bloccavamo cantieri. Mentre investivano in scuola e ricerca, noi tagliavamo. Mentre premiavano il merito, noi proteggevamo rendite e mediocrità.

La classe politica italiana non manca di parole. Manca di coraggio, di visione, di disciplina. Governa come se il tempo fosse infinito, come se il declino fosse un’opinione e non una traiettoria misurabile.

Questo non è un inno al modello cinese in ogni suo aspetto. È un atto d’accusa contro l’immobilismo italiano e, insieme, un plauso a un popolo che, partendo dalla povertà assoluta, ha accettato sacrifici enormi per costruire obiettivi collettivi di lungo periodo.

La Cina ci dimostra una verità scomoda: non sono le risorse a fare la differenza, ma la qualità della classe dirigente. E su questo terreno, oggi, il divario tra loro e noi è diventato imbarazzante.

Scrivere queste righe provoca indignazione, ma anche vergogna. Perché guardando a ciò che è stato fatto partendo dal nulla, diventa impossibile continuare a raccontarci che “non si può fare”. Si può fare. Semplicemente, non lo vogliamo abbastanza.

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