
Identificati. Torinesi di vent’anni. Non clandestini, non migranti, non extracomunitari. Due ragazzi del posto. Questo dato rende la vicenda ancora più nauseante, perché spazza via la comoda retorica dello “straniero criminale”. Il male è qui, è casalingo, è fatto da chi avrebbe potuto essere un compagno di scuola.
Il padre di Davide, nella sua rabbia devastante, ha già emesso la sentenza definitiva: «Per me non sono esseri umani». È una frase che travalica il diritto. È il grido di un genitore a cui hanno rubato non solo il portafoglio del figlio, ma l’ultimo, sacro barlume di dignità della sua morte. Hanno trasformato un istante di tragedia in un atto di volgarità predatoria. Non hanno ucciso, ma hanno profanato la morte. E per questo, nella scala emotiva di un padre, la loro umanità è cancellata.
Il vero mistero — quello che stride come un’ingiustizia dentro l’ingiustizia — è l’automobilista che ha urtato il corpo senza accorgersene. Denunciato per omissione di soccorso, ammette: «Non mi sono accorto di niente». In una strada, un corpo a terra, e tu non te ne accorgi?
È la metafora dell’indifferenza che uccide due volte: prima perché non si ferma a soccorrere, poi perché pretende di non aver visto. È più credibile un vuoto di coscienza che un vuoto di percezione. Qui l’omissione di soccorso non è solo un reato: è la prova che la nostra società produce ciechi volontari, persone che hanno talmente paura dell’impegno, della complicazione, del dolore altrui, da convincersi di non aver visto pur di non dover agire.
E poi c’è Davide. Caduto dalla bici. Perché? L’ipotesi del malore sembra improbabile. Allora cosa resta? Una buca? Una distrazione? Uno scontro? Un gesto tragico e banale che in un attimo trasforma una vita normale in un corpo sull’asfalto, prima preda di sciacalli e poi di un’auto distratta.
Questa non è solo cronaca. È l’allegoria spietata del degrado umano in tre atti:
- La tragedia casuale (la caduta).
- La crudeltà attiva (il furto sul morente).
- L’indifferenza passiva (l’auto che prosegue).
I due sciacalli ventenni saranno processati e puniti. L’automobilista forse anche. Ma la domanda che resta sospesa è più grande: che società siamo, se intorno a un corpo che si spegne può chiudersi un cerchio così perfetto di viltà, composto tanto da chi ruba quanto da chi finge di non vedere?
La risposta non è nel codice penale. È nello specchio che questa storia ci mette davanti. E l’immagine riflessa è orribile.

Questa storia ha qualcosa di irreale. Non riesco a darle una spiegazione razionale che mi liberi dal disagio. Mi resta addosso un pugno nello stomaco e un nodo in gola. Scriverne non consola, ma almeno rompe il silenzio. Perché se iniziamo davvero a non vedere — per paura, per comodità, per indifferenza — allora il cerchio si chiude. E a terra, la prossima volta, potremmo esserci noi.

