L’ipocrisia a buon mercato e il silenzio degli “indignati a intermittenza”

C’è una cosa che nel nostro Paese funziona meglio di qualsiasi orologio svizzero:il riflesso condizionato dell’indignazione politica.

Prendiamo un fatto di cronaca recente, di quelli che ti fanno salire il groppo in gola e la rabbia al cervello. Due minorenni, giovanissimi, aggressivi, spietati. Vanno in giro per giorni a massacrare di botte gente a caso, innocenti che stavano solo camminando per strada. Uno di questi malcapitati è ancora lì, in un letto d’ospedale, che lotta tra la vita e la morte.

E sapete qual è stata la giustificazione di questi due “fenomeni”?

«Ci annoiavamo, volevamo divertirci».

Una violenza cieca, gratuita, disumana. Roba da far tremare le vene ai polsi, da far convocare tavoli sulla sicurezza, da far riempire le prime pagine e i feed dei social di urla, condanne e richieste di pene esemplari.

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E invece?Il silenzio.

Un silenzio quasi imbarazzato. Nessuna dichiarazione infuocata da Salò, nessun post scandalizzato dai soliti noti dell’indignazione permanente, nessun Salvini o Bignami a chiedere la “tolleranza zero” o a invocare la certezza della pena ai microfoni di qualche talk show del pomeriggio. Niente. Il nulla cosmico.

Ma facciamo un piccolo esperimento mentale. Un gioco da fare proprio qui, seduti al bar con un caffè in mano, anche con chi ascolta in silenzio ed è convinto di “non essere razzista, ma…”.

Se quei due aggressori non fossero stati “italianissimi”? Se al posto della pelle bianca e della carta d’identità italiana ci fossero stati due ragazzi stranieri, magari africani, o magari di fede musulmana?

Ruspe ideologiche srotolate a reti unificate. Prime pagine con titoli a nove colonne sulla “sicurezza a rischio” e sull’immigrazione fuori controllo. Dirette Facebook, selfie di solidarietà, fiaccolate popolari e lo sciacallaggio politico spinto al massimo volume per un intero mese.

Invece no. I due delinquenti erano italianissimi, “i figli della porta accanto”. E allora la narrazione cambia subito registro: non è più una minaccia alla civiltà, diventa “disagio giovanile”, “ragazzate finite male”, o semplicemente una notizia di cronaca da relegare a pagina 14 e far sparire il prima possibile.

La verità è dura da ingoiare, ma bisogna dirsela in faccia:certi sdegni non nascono dalla gravità del reato, ma dal passaporto di chi lo commette.

Se la vittima soffre per mano di uno straniero, diventa la scusa per soffiare sul fuoco dell’odio e raccogliere tre voti in più. Se la vittima soffre per mano di un italiano, diventa un dettaglio scomodo da nascondere sotto il tappeto per non rovinare la favola degli “italiani brava gente”.

È un’ipocrisia strisciante, un razzismo di fondo che molti non ammettono neanche a se stessi ma che regola il modo in cui guardiamo il mondo. Quando il sangue versato fa rumore solo se chi lo fa versare ha la pelle del colore “giusto”, allora il problema non è più la sicurezza: è la nostra bussola morale che si è completamente persa.

E forse è ora che al bar, invece di far finta di niente, cominciamo a dirlo a voce alta.

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