La surreale e tragica storia di Andrea Carnevale,

L’ex calciatore di Udinese, Napoli e Roma e osservatore dell’Udinese, a Pomeriggio 5

“Dall’età di 14 anni non chiamo più “mamma”, mio padre me l’ha portata via perchè era malato di gelosia, non sopportava nemmeno che parlasse con altri uomini nè che desse la minima confidenza.

Io avevo 14 anni, era il 25 settembre 1975 a ridosso del torrente San Vito, tra Monte San Biagio e Fondi, ero vicino al fiume a giocare a pallone mentre mia sorella Romana era lì con mia madre e altre donne a lavare i panni.

Mio padre si è svegliato, è andato giù al fiume e l’ha ammazzata con un’accetta.

Ho sentito le grida, mia madre l’ho vista già morta stesa nel fiume mentre mia sorella scappava e mi diceva di fare lo stesso.

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Poi, con in tasca i risparmi appena prelevati dal libretto bancario, mio padre tentò di prendere il primo treno, ma fu fermato.

Non era la prima volta che mio padre cercava di farle del male, a casa c’era un clima di terrore, la picchiava con pugni e cazzotti ogni sera, noi più volte cercavamo di difenderla parlandone con le forze dell’ordine, anche se lei non voleva che i suoi figli andassero dai carabinieri perché una volta nei paesi c’era un po’ di vergogna.

Ero specialmente io ad andare dai carabinieri, ci sono andato tante volte, io andavo lì, raccontavo quello che succedeva a casa, ma mi dicevano: ‘Se non vediamo il sangue non ci sono prove, non possiamo fare niente’.

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Cosa potevo fare?

Poi, quel giorno, il fiume si è colorato di rosso. Così ho fatto un gesto estremo, sono andato nel fiume, ho preso un recipiente e ho raccolto il sangue che scorreva. Poi sono andato a piedi in paese dai carabinieri, l’ho consegnato al maresciallo e ho detto “Volevate il sangue? Eccolo qua”.

Dopo l’omicidio mio padre si è costituito ed è stato rinchiuso per cinque anni nel manicomio criminale di Aversa, sono andato a trovarlo in carcere, ma appena lo vidi mi disse le stesse cose che diceva a mia madre e il colloquio è durato trenta secondi perché mio fratello avrebbe voluto mettergli le mani addosso.

Poi, quando dopo cinque anni è tornato a casa, era lo stesso violento di sempre, io ero tornato per Natale da Reggio Emilia e, quando gli dissi che doveva farsi delle visite, mi sferrò un pugno che ha sfiorato la tempia, facendomi cadere a terra, con mio fratello che prese le mie difese.

Poco dopo mio padre si è buttato dalla finestra davanti ai nostri occhi.

Ora sono molto orgoglioso di parlare di questa storia, perché dopo cinquant’anni penso sia l’ora di raccontarla e di far capire agli uomini che oggi ammazzano le loro mogli per gelosia che è ora di smetterla, la donna non è di proprietà dell’uomo”.

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