IL PAPERONE DEL PARLAMENTO È UN MELONIANO CHE PAGA LE TASSE A WASHINGTON

Il Parlamento italiano ha il suo Paperone. Si chiama Andrea Di Giuseppe, deputato di Fratelli d’Italia, classe 1968, nato a Roma ma residente a Miami da un quarto di secolo. La sua dichiarazione dei redditi 2026, relativa all’anno precedente, recita un numero che merita di essere letto due volte: 3.668.146 euro di reddito complessivo . Di questi, la bellezza di 93.347 euro è stata prodotta in Italia. Il resto, 3.574.709 euro, è stato dichiarato negli Stati Uniti . Tradotto dal ragioniere al volgare: il deputato italiano più ricco d’Italia paga le tasse in America. In Italia ci mette poco più di novantamila euro, quanto un primario ospedaliero con un po’ di straordinari. Il grosso del malloppo, quello che gli vale il titolo di Paperone di Montecitorio, resta a Washington.

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Non c’è nulla di illegale, sia chiaro. Di Giuseppe è cittadino americano dal 2011, vive a Miami Beach, è eletto nella circostanza estero Nord America . La legge glielo consente. Ma la politica non è fatta solo di legalità. È fatta anche di decenza. E la decenza, in questo caso, avrebbe dovuto suggerire a un partito che fa della sovranità nazionale il suo mantra quotidiano di evitare che il suo parlamentare più facoltoso risultasse fiscalmente americano. Immaginate la scena: la Meloni tuona contro le multinazionali che spostano le sedi all’estero, contro la concorrenza sleale, contro chi produce in Italia e paga altrove. E poi il suo deputato di punta, quello che siede nella Commissione Esteri e presiede il Comitato sul Commercio Internazionale, dichiara tre milioni e mezzo di euro agli Stati Uniti e novantamila all’erario italiano . La coerenza, come la dignità, è un lusso che evidentemente non tutti possono permettersi.

Ma veniamo alla fortuna, che è la parte davvero gustosa. Di Giuseppe non è un erede qualsiasi. È il co-fondatore, insieme a Pino Bisazza, del Trend Group, l’azienda vicentina che produce mosaici e rivestimenti di lusso per mezzo mondo . Il fatturato 2025 si aggira tra i 45 e i 50 milioni di euro, con un utile netto atteso intorno ai 2,5 milioni . I suoi mosaici ricoprono la Basilica di San Marco a Venezia, la Sagrada Familia a Barcellona, la Royal Makkah Clock Tower alla Mecca, il Museo dell’Academy of Motion Pictures a Los Angeles . Un impero del lusso costruito sul vetro colorato e sull’oro a ventiquattro carati, con milleduecento dipendenti sparsi in tre continenti. Il ragazzo ha fiuto, va riconosciuto. Ha lasciato l’Italia nel 1997, è entrato nel gruppo Bisazza, ha sposato Federica Bisazza, figlia del fondatore, e nel 2000 ha co-fondato Trend . Da zero a cinquanta milioni, con la moglie giusta e il suocero giusto. Il capitalismo italiano ha queste cose.

Il punto politico, però, è un altro. Di Giuseppe non è solo un imprenditore di successo che fa il deputato per hobby. È l’uomo americano di Giorgia Meloni. È l’amico personale di Donald Trump, quello che abita quasi dirimpetto a Mar-a-Lago, quello che va al Cpac a fare il tifo per il tycoon, quello che davanti a un giornalista dell’HuffPost ha detto, senza arrossire: “Allacciate le cinture, quello che avete visto di Trump è solo l’1% di quello che farete” . È il parlamentare che ha spiegato agli italiani che Zelensky è un personaggio losco perché non ha consegnato i documenti su Hunter Biden, che l’Europa imploderà se non segue Trump, che Meloni è “l’ultima ciambella di salvataggio” . Un curriculum politico che definire imbarazzante sarebbe un eufemismo. Ma tant’è: nel partito della sovranità, l’uomo più ricco è quello che vive in America, vota in America, paga le tasse in America e prende ordini, politicamente parlando, da un presidente americano.

La domanda non è se Di Giuseppe sia un bravo imprenditore. Lo è, evidentemente. La domanda non è nemmeno se sia legittimo che un cittadino italiano con doppia nazionalità faccia il parlamentare. La legge lo consente, e non è questo il punto. La domanda è un’altra, e riguarda la politica nel suo complesso. Perché il Parlamento italiano accetta, senza fiatare, che uno dei suoi membri dichiari tre milioni e mezzo di euro di reddito negli Stati Uniti e novantamila in Italia, e nello stesso tempo discuta di patrimoniali, di tasse sui ricchi, di equità fiscale? Perché la Meloni, che ha fatto della difesa degli italiani il suo marchio di fabbrica, tollera che il suo uomo a Washington sia fiscalmente americano e politicamente trumpiano? La risposta, cari lettori, è che la coerenza non paga. I voti, quelli sì. E Di Giuseppe, con il suo sorriso da venditore di mosaici d’oro, ha capito prima di tutti che la politica del 2026 è un affare come un altro. Il resto è retorica. Quella che si usa nei comizi, e che si dimentica appena si varca la soglia di Montecitorio.

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Cesio Endrizzi

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