Foibe, memoria e politica: la storia non è una bandiera

Qui al bar stamattina non si discuteva di calcio.
Si parlava di memoria.

La Presidente del ConsiglioGiorgia Meloniha dichiarato solennemente che l’Italia non permetterà mai più che la tragedia delle foibe e dell’esodo venga negata.

Giusto.
Le foibe non vanno negate.
L’esodo giuliano-dalmata non va ridotto.
Il dolore di chi ha perso casa, terra, identità non è materia da relativizzare.

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Ma la memoria, se è pubblica, deve essere intera.
Non a capitoli scelti.

L’Istria, Fiume, la Dalmazia non erano cartoline in bianco e nero. Erano territori multietnici, dove italiani, sloveni e croati convivevano da secoli. Dopo la Prima guerra mondiale quei territori passano all’Italia. E lì nasce una frattura: uno Stato nazionale che governa una realtà che nazionale non è.

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Con il fascismo diBenito Mussoliniquella frattura diventa repressione: scuole slave chiuse, lingue vietate, cognomi cambiati, associazioni sciolte, violenze squadriste.
Durante la Seconda guerra mondiale l’occupazione italiana in Jugoslavia non fu una parentesi gentile: rastrellamenti, incendi di villaggi, deportazioni in campi come Rab/Arbe. Anche l’esercito italiano partecipò a quella brutalità.

Poi arriva il 1943. Poi il 1945.
E con l’avanzata dei partigiani diJosip Broz Titoesplode la resa dei conti: uccisioni nelle foibe, epurazioni, vendette politiche e nazionali. Colpiti fascisti, collaborazionisti, ma anche civili italiani innocenti. Senza processo. Nel terrore.

Le foibe sono un crimine. Punto.
Ma non sono nate nel vuoto.

Separarle da ciò che le ha precedute significa trasformare una tragedia storica in un racconto identitario: italiani solo vittime, altri solo carnefici.
La storia, purtroppo, è più sporca.

Qui sta il nodo politico.
Raccontare solo l’ultima ferita senza raccontare la ferita precedente non è memoria completa. È memoria selettiva.

E la memoria selettiva serve sempre a qualcuno.

Non si tratta di attenuare le responsabilità jugoslave.
Non si tratta di mettere sullo stesso piano tutto e tutti.
Si tratta di riconoscere che il nazionalismo autoritario genera spirali di violenza che poi sfuggono di mano.

Quando la memoria diventa bandiera, smette di essere storia.

E qui al bar, tra un caffè e un silenzio pesante, qualcuno ha fatto la domanda più scomoda:
“Chi sono i carnefici e chi le vittime?”

La risposta più onesta è: dipende dal momento storico che guardi.
Le popolazioni slave furono vittime della repressione fascista.
Molti italiani furono vittime delle violenze del 1943-45 e dell’esodo.

Riconoscere entrambe le verità non significa confondere le responsabilità.
Significa rifiutare la propaganda.

La storia non è un tribunale di tifoserie.
È un dovere di complessità.

Nonno Gigio, che certe cose le ha imparate tardi ma bene, ha chiuso così:
“La memoria non deve servire a vincere oggi. Deve servire a non ripetere ieri.”

Al bar è tornato il silenzio.
Non di imbarazzo.
Di rispetto.

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