Olimpiadi sui binari rotti

Quando la protesta deraglia e il conto lo pagano sempre gli stessi

Mentre alle Olimpiadi si parla di medaglie, inni e fair play, fuori dalle piste qualcuno ha deciso di giocare un’altra gara: quella a chi fa più rumore. E così, tra un curling e una discesa libera, l’Italia finisce sulle cronache persabotaggi alle ferrovie, treni bloccati, pendolari fermi e rabbia che corre più veloce dell’alta velocità.

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Nessun ferito, per fortuna. Mabinari manomessi sì, e non è proprio un dettaglio.
Perché quando tocchi un’infrastruttura pubblica non stai lanciando un messaggio: stai lanciando un rischio. E il rischio non lo corre chi governa, ma chi il treno lo prende alle sei del mattino.

La rivendicazione arriva puntuale, come non lo sono più i regionali: protesta contro il sistema, contro il governo, contro le Olimpiadi viste come vetrina costosa e ipocrita. Tutto legittimo, sulla carta. Ma poi c’è la realtà:il potere viaggia in auto blu, non sui binari. A restare bloccati sono operai, insegnanti, studenti. Sempre loro.

E allora al bar la discussione si accende.
C’è chi dice:“Questo è terrorismo, punto”. Perché se giochi con i treni, giochi con la vita delle persone. E non importa se non ci sono morti:basta che potevano esserci.
Altri invece allargano le braccia:“Se nessuno ti ascolta quando parli, qualcuno prima o poi urla”. Vero anche questo. Ma urlare contro chi lavora non rende la protesta più giusta, solo più miope.

Le Olimpiadi, come sempre, fanno da specchio. Per due settimane siamo una cartolina: bandiere stirate, sorrisi istituzionali, promesse solenni. Poi si torna alla normalità:cantieri infiniti, controlli, disagio e una rabbia che cova sotto traccia. Una rabbia che qualcuno trasforma in gesto eclatante, dimenticando però una cosa fondamentale: rompere tutto non è mai costruire qualcosa.

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Alla fine resta una domanda che rimbalza tra i bicchieri:
se per farci ascoltare bisogna sabotare, vuol dire che il dialogo è già morto?
E se è così, chi l’ha ucciso davvero?

Nonno Gigio, che ascolta in silenzio, alla fine posa il caffè e sentenzia:

«Una volta si diceva “chi rompe paga”.
Oggi rompono in pochi e paghiamo in tanti.
E il treno, come sempre, passa… ma non per tutti.»

E il bar, per una volta, resta zitto.

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