La Sindrome del Display e la Fine dell’Empatia
Una malattia mortale che vorrei chiamare “Instagramite“
L’Instagramite è una malattia terribile che colpisce le persone di solito tra i 12 ei 25 anni. Colpisce il lobo del buon senso e anche la tua coscienza. Ha solo due cause; Un telefono e una connessione Internet.
I sintomi includono;
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Nausea, stanchezza, bassa autostima, parlare a se stessi, imbronciature non richieste, forte voglia di stare davanti alle auto delle persone e il più pericoloso di tutti; Egoismo.
Cura; Beh, ero in una riunione con un neurologo e gli ho chiesto quale fosse la cura. Mi ha detto “quando lo scopri, assicurati di farmelo sapere”
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Ora, perché ho seguito tutto questo scherzo elaborato che probabilmente ha fatto roteare gli occhi a molti di voi? Volevo sottolineare come il desiderio di ottenere alcuni Mi piace e follower abbia privato le persone della loro coscienza. Lasciate che vi faccia un esempio;
Riesci a vedere questa foto? Guardala, seriamente, GUARDALA!
Quel delfino in via di estinzione stava nuotando pacificamente nell’acqua fino a quando la curiosità o un’onda molto forte non lo hanno spinto vicino alla riva, ma il suo corpo era ancora su una certa quantità d’acqua.
Vedere questa creatura indifesa dovrebbe probabilmente innescare qualcosa in te per aiutarla almeno a tornare in acqua (anche se sono praticamente sicuro che con il tempo avrebbe ritrovato la via del ritorno) se hai un cervello funzionante.
Questi ragazzi d’altra parte hanno raccolto il delfino e hanno iniziato a fotografarlo per il loro instagram e in breve tempo il posto si è riempito di persone che lo passavano per selfie. Ragazzi, stavate ricevendo clic mentre questo delfino stava morendo di stress e forse disidratazione.
Alla fine il delfino è stato lasciato così;
Oh! Guarda! Quel ragazzo sta ancora scattando foto. Spero ne valesse la pena.
Vedi, caro mio, hai toccato una piaga che qui alBar di Graziafa discutere più di una partita di cartello. Questa che tu chiami giustamente “Instagramite” non è solo una moda passeggera: è un errore di livella sociale, una crepa profonda nelle fondamenta del buon senso.
Da geometra, ti dico che ogni costruzione umana deve avere un limite, un confine che separi il rispetto dalla vanità. Da vecchio frequentatore di officine, so che quando un ingranaggio gira a vuoto senza produrre nulla se non rumore, alla fine si fonde. E questa corsa al “mi piace”, questo bisogno ossessivo di mostrare una vita che non esiste, sta fondendo il lobo del buon senso di un’intera generazione.
La riflessione di Nonno Gigio:
C’è stato un tempo in cui l’università della strada ti insegnava a guardare l’altro negli occhi per capire se aveva bisogno d’aiuto. Oggi, se qualcuno cade o se una creatura della natura si trova in difficoltà, la prima reazione non è tendere la mano, ma tirare fuori il telefono. Si accende lo schermo, si inquadra e si scatta. Si documenta il dramma invece di risolverlo.
Prendi l’esempio di quel povero delfino di cui parli. Se una creatura indifesa viene spiaggiata da un’onda, l’istinto primordiale dell’uomo — quello sano, quello cresciuto a pane e rispetto — dovrebbe essere uno solo: rimboccarsi le maniche, bagnarsi i piedi e spingerlo di nuovo dove l’acqua è profonda. C’è una dignità nella natura che va protetta.
Invece, la “Instagramite” trasforma la realtà in un palcoscenico privato dove tutto, persino la morte o la sofferenza, diventa uno sfondo per il proprio ego. Quei ragazzi che si passavano l’animale come se fosse un trofeo di plastica, solo per strappare un pugno di cuoricini virtuali a perfetti sconosciuti, hanno perso la misura delle cose. Hanno scambiato la vita vera con un pixel. E la cosa più tragica è che, mentre quel povero animale moriva di stress e disidratazione, l’unica preoccupazione era che l’inquadratura fosse venuta bene.
Una Diagnosi Senza Cura?
Il neurologo con cui hai parlato ha ragione: trovare un rimedio a questa stortura è difficile perché il virus non è nel telefono, è nella testa. Abbiamo tolto il valore all’esperienza reale per darlo alla sua rappresentazione. Se fai una bella azione ma non la pubblichi, per questa logica malata è come se non l’avessi fatta. Se vedi un dramma e lo risolvi senza fare unastoria, hai sprecato un’occasione di visibilità.
Che vuoto disarmante. È un egoismo strutturale che crolla al primo soffio di vento della vita vera, perché non ha fondamenta solide.
La vita, come dico sempre, è un’officina: finché c’è una vite allentata, si prende la chiave inglese e si stringe. Si può ancora provare a spiegare a questi ragazzi che un minuto di silenzio e di aiuto concreto vale più di un milione di follower. Ma quando si perde completamente la coscienza e la capacità di provare pietà per chi soffre, allora il motore è fuso. E il resto, purtroppo, si può solo accettare con grande amarezza.
Speriamo solo che qualcuno, prima o poi, decida di spegnere lo schermo e riaccendere il cervello.
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