Gli ebrei, alla fine della seconda guerra mondiale,

Gli ebrei, alla fine della seconda guerra mondiale, dovevano per forza emigrare in Palestina e fondare proprio lì Israele? Non vennero proposti altri luoghi?

Sì, ci furono altre proposte ma nessuna fu convincente come la Paestina, anche perché, in precedenza, diversi ebrei si erano già stanziati lì sull’onda del movimento sionista.

Questo, unito ai problemi del Regno Unito nel mantenere il mandato su quei territori, agevolò senz’altro.

Senza dimenticare che, ancora prima della Shoah, si era già palesata la nascita di uno Stato indipendente ebraico, quando il mandato britannico sarebbe scaduto (commissione Peel):

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L’aumento delle sommosse arabe e la Commissione PeelNel 1933 Adolf Hitler salì al potere in Germania . In conseguenza del ritorno dell’antisemitismo e all’ aumento delle violenze contro gli …https://storiadisraele.blogspot.com/2010/08/laumento-delle-sommosse-arabe-e-la.html

Del resto, per gli ebrei sopravvissuti in qualche modo alla Shoah, non c’erano neppure grandi alternative.
Venivano da secoli di pogrom e discriminazioni e l’ipotesi di uno Stato tutto loro proprio dove c’erano le origini del loro popolo era un sogno difficilmente comparabile con altri.

Prima della Shoah, comunque, molti ebrei la pensavano diversamente.

Cito testualmente dal libro “L’amico ritrovato” di Fred Uhlman.

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Nel libro, in larga parte biografico, l’autore immagina il dialogo tra i padre e un sionista nella Germania immediatamente successivo all’avvento politico di Hitler.

“Certo, non potevamo negare che eravamo di “origine ebraica”, né ci interessava farlo, così come nessuno si sarebbe mai sognato di sostenere che lo zio Henri, che non vedevamo da dieci anni, non faceva più parte della famiglia. Ma questo nostro essere di “origine ebraica” non aveva altre implicazioni oltre al fatto che una volta all’anno, e precisamente il giorno del Yom Kippur, mia madre andava alla sinagoga e mio padre si asteneva dal fumo e dai viaggi, non perché fosse un credente convinto, ma perché non voleva urtare i sentimenti altrui. Ricordo ancora un’accanita discussione tra mio padre e un sionista incaricato di raccogliere fondi per Israele.

Mio padre detestava il sionismo, che giudicava pura follia. La pretesa di riprendersi la Palestina dopo duemila anni gli sembrava altrettanto insensata che se gli italiani avessero accampato dei diritti sulla Germania perché un tempo era stata occupata dai romani. Era un proposito che avrebbe provocato solo immani spargimenti di sangue, perché gli ebrei si sarebbero scontrati con tutto il mondo arabo. E comunque cosa c’entrava lui, che era nato e vissuto a Stoccarda, con Gerusalemme? Quando il sionista accennò ad Hitler, chiedendogli se il nazismo non gli facesse paura, mio padre rispose: «Per niente. Conosco la mia Germania.

Non è che una malattia passeggera, qualcosa di simile al morbillo, che passerà non appena la situazione economica accennerà a migliorare. Lei crede sul serio che i compatrioti di Goethe e di Schiller, di Kant e di Beethoven si lasceranno abbindolare da queste sciocchezze? Come osa offendere la memoria dei dodicimila ebrei che hanno dato la vita per questo paese? Für unsere Heimat?» A questo punto il sionista accusò mio padre di essere un “prodotto tipico dell’assimilazione”, al che mio padre rispose in tono orgoglioso: «Sì, è vero. E cosa c’è di male? Io voglio identificarmi con la Germania e sarei uno dei più accaniti sostenitori dell’integrazione completa degli ebrei se fossi sicuro che questo potesse costituire un vantaggio stabile per il nostro paese. A tutt’ora, invece, sono convinto che gli ebrei, evitando di integrarsi completamente, agiscano da catalizzatori, arricchendo e stimolando la cultura tedesca come hanno sempre fatto in passato.» Era troppo per il sionista che, battendosi la fronte con l’indice della mano destra, esplose gridando: «Lei è completamente meschugge» . Poi raccolse le sue carte e sparì, continuando a prodursi nel gesto di prima.”

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