Domenico TIBURZI “il brigante della Maremma”

Il Re della Macchia

Domenico Tiburzi nacque a Pianiano il 28 maggio 1836, figlio di Nicola Tiburzi e Lucia Attili.

Fin da giovane, la fedina penale di Tiburzi si sporcò:

A sedici anni Domenico Tiburzi fu inserito in una lista di ricercati per furto.

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A diciannove anni subì un nuovo processo per furto, venendo assolto.

L’evento più grave avvenne nel 1867, quando uccise Angelo De Bono, guardiano del marchese Guglielmi, che aveva fatto a Tiburzi una multa spropositata di 20 lire (al tempo 20 lire equivalevano a 180 euro) per aver raccolto un fascio d’erba dal campo del marchese.

Per sfuggire alla giustizia fuggì nella macchia, più grande zona di brigantaggio del tempo, iniziando la latitanza.

Nel 1869, catturato, venne condannato dal Tribunale di Civitavecchia a 18 anni di galera, da scontare nel bagno penale di Corneto a Tarquinia.

Nel 1872, dopo 3 anni di carcere, evase dal carcere, insieme a Dommenico L’Innamorato Annesi e Antonio Tortorella Nati, rifugiandosi nelle macchie della zona castrense e si unì ad altri latitanti.

L’ENTRATA NEL BRIGANTAGGIO

Nel periodo in cui Tiburzi si unì ai briganti, stava salendo alla ribalta si quel mondo Domenico Biagini del Farnese, detto Il Curato, al quale Tiburzi si alleò.

A loro si unirono anche David Biscarini e Vincenzo Pastorini, mentre sulla testa di Tiburzi pendeva una taglia di 10.000 lire.

Biscarini fu il primo capo della banda, ma nel 1877 fu ucciso dai carabinieri, e da quel giorno “Domenichino” Tiburzi fu il capo della banda, e in quel periodo si unì a loro Giuseppe Basili, detto “Basiletto”.

Per gli abitanti della zona, Tiburzi era visto come un Robin Hood moderno, imponendo una tassa sul brigantaggio ai nobili e i ricchi della zona.

Per questo, per i poveri contadini maremmani, Tiburzi era un uomo del popolo che rubava ai ricchi per dare ai poveri.

Del denaro guadagnato ne teneva solo una piccola parte per la banda: ne destinava una parte ai famigliari dei briganti morti e un’altra al sostentamento dei poveri e dei contadini.

Ma Tiburzi sapeva essere spietato: tra il 1877 e il 1880 uccise Giuseppe Basili, per le sue estorsioni ai poveri mercanti, e Vincenzo Pastorini, perchè lo metteva sempre in ridicolo raccontando di quando era fuggito in mutande dal carcere.

Nel marzo 1883, un boscaiolo condusse i carabinieri al nascondiglio dei briganti, ma questi ultimi riuscirono a fuggire per miracolo.

Il boscaiolo fu trovato cadavere, ucciso con uno sparo e poi sgozzato da Tiburzi.

Nel 1888 Raffaele Pecorelli fu ucciso da Tiburzi per aver rubato un maiale al nipote.

Nel frattempo, il 6 agosto 1889, Domenico Biagini era stato ucciso nella macchia da un agguato dei carabinieri, a 56 anni.

Da quel momento, Tiburzi era diventato il più potente e famoso brigante della Maremma.

Domenichino non si scoraggiò dalla morte di Biagini, e convinse Luciano Fioravanti, nipote del Biagini, ad uccidere un certo Luigi Bettinelli, sgradito a Tiburzi perchè violento con le donne.

Altri omicidi di Tiburzi furono contro gregari che non stavano alle regole, e contro spie.

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Uccise anche un capraio a Terracina, che aveva iniziato a fare rapine a suo nome.

L’ultimo omicidio Tiburzi avvenne il 22 giugno 1890, quando uccise sparandogli in testa un fattore che non aveva avvertito i briganti di un agguato dei carabinieri.

Nel 1893 sfuggì per miracolo ad una retata dei carabinieri voluta da Giolitti, dove furono catturati 150 briganti.

I carabinieri continuarono in un’estenuante ricerca di Tiburzi, che continuava a fare il brigante, grazie anche all’appoggio dei contadini (i carabinieri spesso facevano arresti sommari dei contadini e comunque Tiburzi era il loro unico mezzo di sostentamento).

LA MORTE

L’intervento dei carabinieri si fece sempre più pesante, e questo portò all’uccisione di Domenico Tiburzi.

Nel 1896 Tiburzi fu ucciso a Capalbio dopo 24 anni di latitanza.

I militari del capitano Michele Giacheri, dopo l’assassinio, lo legarano a una colonna di marmo e scattarono una foto, l’unica mai fatta al bandito.

Il luogotenente di Domenichino riuscì a fuggire, ma venne ucciso anche lui nel 1900.

Nonostante non autorizzati, furono comunque fatti i funerali al brigante, simbolo di come era riuscito a ottenere l’approvazione e l’ammirazione del popolo e dei più poveri.

Domenico Tiburzi è stato il bandito più famoso della storia della Toscana, nonché una delle figure più controverse della storia: chi era davvero? Un benefattore che rubava ai ricchi e dava ai poveri oppure uno spietato assassino disposto ad eliminare chiunque si metteva tra lui e i suoi obbiettivi?

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