Chi era Galeazzo Ciano.

Galeazzo Ciano era il parassita perfetto, un dandy superficiale che ha scalato il potere non con il cervello ma con il letto.

Figlio di un eroe di guerra fascista, la sua intera carriera è stata un monumento al nepotismo più sfacciato. La sua mossa più astuta non fu politica, ma matrimoniale. Sposando Edda, la figlia prediletta di Mussolini, si è comprato un posto in prima fila nel circo del regime. Era un uomo vanitoso, ossessionato dalla bella vita, dai salotti, dalle donne e dai suoi completi su misura. Mussolini lo nominò Ministro degli Esteri non per le sue capacità, che erano mediocri, ma perché era un burattino fidato, un’estensione della sua volontà con una faccia presentabile da mandare in giro per l’Europa. Ciano non era un ideologo, non era un vero fascista. Era un opportunista privilegiato che si trovava a giocare una partita molto più grande e sporca di lui, e per un po’ si è divertito un mondo.

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Il suo castello di carte iniziò a crollare quando fu costretto a confrontarsi con la realtà. Inizialmente fu uno dei più entusiasti sostenitori dell’alleanza con la Germania nazista, firmando il Patto d’Acciaio con un sorriso smagliante. Poi incontrò Hitler e i suoi macellai e capì l’orrore in cui aveva cacciato l’Italia. I suoi famosi Diari, la sua unica eredità di valore, sono la cronaca agghiacciante di questa disillusione. Raccontano di un uomo che si rende conto di aver legato il suo paese a un pazzo sanguinario e di averlo fatto con una preparazione militare ridicola. La sua non fu una conversione morale. Fu la paura di un codardo che vede la nave affondare e cerca una scialuppa. Il suo voto contro Mussolini durante la seduta del Gran Consiglio del 25 luglio 1943 non fu un atto di coraggio per salvare l’Italia. Fu un tentativo disperato e maldestro di salvare se stesso, di accreditarsi presso gli Alleati come l’uomo che aveva fatto cadere il tiranno.

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Galeazzo Ciano (a sinistra) e Adolf Hitler (a destra).

La sua fine fu la giusta conclusione per una vita di calcoli sbagliati. Dopo la caduta di Mussolini, invece di scappare il più lontano possibile, fece l’errore fatale di fidarsi dei tedeschi, volando in Germania in cerca di protezione. I nazisti, che lo disprezzavano, lo trattarono come un pacco postale e lo rispedirono al mittente, cioè alla neonata Repubblica di Salò. Lì, il suo suocero, per dimostrare a Hitler di avere ancora il controllo e per lavare l’onta del tradimento, lo fece processare in un tribunale farsa a Verona. Fu condannato a morte. L’11 gennaio 1944, Galeazzo Ciano, l’ex uomo più potente d’Italia dopo il Duce, fu legato a una sedia e fucilato alla schiena come un traditore qualunque. Morì senza dignità, una pedina inutile sacrificata in un gioco che non aveva mai capito.

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