Arabia Saudita solo miliardi o vera potenza militare.

Benvenuti nella veranda del bar! Il caffè è sul fuoco e l’atmosfera è già calda. Oggi nonno Gigio e Grazia moderano una discussione frizzante e senza peli sulla lingua su questo pezzo di Carlo Panella, che descrive un’Arabia Saudita ricchissima ma militarmente e socialmente fragile.

La dinamica dello scontro militare con l’Iran su Hormuz e su Bab el Mandeb non dipende solo dalle mattane tattiche e strategiche di Donald Trump, ma anche da un elemento tanto fondamentale quanto mai citato: la totale e radicale debolezza militare e quindi politica dell’Arabia Saudita. Questa debolezza militare ha del paradossale perché Ryad spende ben settantanove miliardi l’anno per la Difesa (più della spesa della somma di tutti i Paesi arabi) e negli ultimi dieci anni ha comprato all’estero armamenti per non meno di trecento miliardi su una spesa militare di circa settecento miliardi.
Per fare un più che indicativo paragone si consideri che oggi l’Iran spende non più di trenta miliardi di dollari annui per le sue Forze Armate, meno della metà dell’Arabia Saudita, con i quali però ha saputo organizzare una formidabile macchina bellica difensiva e soprattutto d’attacco che terrorizza la regione.
Dunque, sulla carta, l’Arabia Saudita, dovrebbe essere una potenza militare regionale invincibile, in grado di dettare legge ai suoi nemici, in primis all’Iran e ai suoi alleati. Ma invece non è assolutamente così e non lo è per una ragione tanto scabrosa quanto mai detta: il suo esercito, i suoi militari, non sono affatto disposti a combattere – peraltro non lo sanno fare – e quando raramente l’hanno fatto hanno riportato esiti disastrosi.
La storia militare del regno dopo la Seconda guerra mondiale è infatti tanto eloquente quanto impietosa: dal 1948 al 1973 i sauditi hanno inviato a combattere contro Israele solo minuscoli contingenti, dell’ordine di pochi battaglioni, che raramente hanno preso parte effettivamente ai combattimenti e si sono rigorosamente mantenuti nelle retrovie.
Dal 1962 al 1969 l’Arabia Saudita ha sì combattuto contro l’esercito egiziano inviato da Nasser nella prima guerra civile nello Yemen, ma lo ha fatto, al solito, per interposta persona, come dimostrano le cifre dei caduti. Mentre si calcola che negli scontri sul terreno siano caduti circa ventimila soldati egiziani, i caduti sauditi sono stati circa cinquecento (nella guerra civile morirono più di centomila yemeniti). Nel 1990-91 poi, solo l’aviazione saudita partecipò sostanzialmente ai combattimenti della coalizione Desert Storm per liberare il Kuwait occupato da Saddam Hussein e l’unica, grande battaglia terrestre di al Khafji fu combattuta e vinta non dall’esercito, che in precedenza aveva subìto una batosta, ma dalla Guardia Nazionale saudita, che ha il compito di sorvegliare gli impianti petroliferi e di mantenere l’ordine interno ed è composta da militari preparati e fedelissimi alla corona.
La riprova di un dato politicamente significativo: le uniche Forze Armate efficaci nel regno sono quelle destinate a combattere eventuali complotti o sabotaggi sul piano interno, sauditi contro sauditi, tribù e clan contro tribù e clan. Questa è stata l’unica tradizione militare di un regno conquistato dal fondatore Abdulaziz Ibn Saud appunto non combattendo assolutamente mai contro nemici esterni, ma solo e unicamente contro tribù e clan sauditi, inclusi i suoi Ikhwan, fratelli, i combattenti intrisi di fondamentalismo islamico che l’avevano aiutato a conquistare il trono e che poi si sono ribellati contro l’alleanza con gli inglesi e le sue pur blande concessioni alla modernità (i Fratelli Musulmani prendono il nome da loro) e furono sterminati.
In tempi più recenti questa radicale indisponibilità e incapacità dell’esercito saudita a combattere è stata confermata, nel 2009 e dal 2015 a oggi nella nuova guerra civile yemenita, nella quale infatti Ryad ha impegnato sul terreno essenzialmente solo reparti mercenari sudanesi (circa milleduecento uomini), eritrei (circa quattrocento), e contractor americani, inglesi e latinoamericani.
La ragione di questa radicale fragilità dell’enorme esercito saudita, pur forte sulla carta di 350-400.000 uomini (compresi i centoventicinque mila della Guardia Nazionale), pur dotato, sempre sulla carta, di armamenti modernissimi costati centinaia di miliardi di dollari è nella proiezione sulle forze armate della mentalità parassitaria di cui è intrisa la cultura nazionale e sociale dei sauditi, causa prima anche della attuale debolezza economica del Paese.
Esattamente come i giovani e gli adulti sauditi, abituati da ottant’anni anni a percepire senza nulla fare un reddito derivato dal petrolio, non hanno nessuna o pochissima voglia di lavorare (e infatti non lavorano), così i militari sauditi non hanno nessuna intenzione di rischiare la vita in combattimento, privi come sono di un riferimento ideale a una causa nazionale e vincolati come sono esclusivamente alla logica di appartenenza al clan e alla tribù.
Il radicale rifiuto di impegnarsi in qualsiasi attività lavorativa dei sauditi è certificato senza alcun dubbio o possibilità di equivoco dalla composizione del mercato del lavoro del regno: il settantasette per cento degli impiegati nelle attività lavorative in Arabia Saudita è infatti straniero, quattordici milioni di immigrati su diciotto milioni circa di posti di lavoro. Il dato ancora più illuminante è che questi stranieri coprono anche le attività produttive medio alte, incluse quelle direttive, con circa tre milioni di unità di cui un milione in ruoli direttivi e manageriali. Circa undici milioni sono invece gli immigrati impegnati nelle attività di basso livello.
Dunque, su una popolazione saudita di diciannove-venti milioni di abitanti solo quattro milioni lavorano. Il lavoro, comprese le professioni mediche, universitarie, ingegneristiche, di ricerca, della alta e media finanza, è sostanzialmente appannaggio di ben sedici milioni di immigrati, una proporzione più che significativa testimonianza di un radicato rifiuto del lavoro. È quindi naturale che questo parassitismo diffuso, sostenuto e difeso da una struttura sociale arcaica basata sui clan e sulle tribù che lo proteggono e lo istituzionalizzino, si riproponga nella nulla disponibilità al combattimento dei cittadini sauditi impiegati nelle Forze Armate.
Peggio ancora vanno poi le cose nel vertice dello Stato, occupato da una iper pletorica corte di cinquemila principi reali, in una intricata rete di parentele, che occupano per diritto familiare ereditario tutte le posizioni di potere politico.
Mohammed Bin Salman ha tentato di scuotere e riformare dal retaggio medievale il Paese e tra il 2015 e il 2017 ha fatto una sorte diputschnella corte, manu militari ha bruscamente emarginato tutti i concorrenti alla corona, ha sequestrato i beni dei più corrotti, ne ha imprigionato alcuni, uno o due sono misteriosamente morti e da allora esercita un potere assoluto in attesa della morte di suo padre, il re Salman, ultimo figlio ancora in vita del fondatore del regno Abdulaziz Ibn Saud. Sul piano sociale, ha quindi aperto l’accesso delle donne a ruoli lavorativi e addirittura direttivi, ha contenuto il dogmatismo della potente casta degli ulema e sul piano economico ha lanciato un poderoso progetto di sviluppo modernizzatore chiamata “Vision 2030” per un impegno di centinaia e centinaia di miliardi di dollari, più di mille, che ha affascinato e abbacinato Matteo Renzi.
Ma il peso della rigidità dei costumi ancestrali e i palesi errori nella progettazione delle varie iniziative economiche, spesso dovuti a corruzione, hanno via via costretto bin Salman a ridimensionare, se non ad abbandonare praticamente tutti i grandi progetti di Vision 2030, a partire da quello di The Line, la fantascientifica città lunga centocinquanta chilometri, per continuare con Oxagon, la città industriale, Trojena il grande centro turistico sciistico e Sindalah, l’isola per vacanze milionarie sul mar Rosso.
In perfetto parallelo a questi fallimenti o ridimensionamenti sul piano interno, le Forze Armate saudite hanno dimostrato di essere sostanzialmente inutili e incapaci di difendere il Paese. Così come i progetti mega fantascientifici di Neom, Oxagon, Trojena e Sindalah hanno finito per arricchire solo i mega studi di architettura di Londra, Parigi e New York, così i piani di ammodernamento e le mega forniture militari hanno solo riempito le tasche con le tangenti dei generali sauditi e aiutato i bilanci dell’industria militare americana e europea. Di fronte agli attacchi iraniani e degli Houti, i sauditi non sono riusciti a proteggere un solo obiettivo attaccato.
Questo contesto, in cui il parassitismo da petrolio si intreccia con l’autoritarismo di un potere reale di marca feudale e sulla mancanza assoluta di unèsprit de la nation, si proietta sulla politica del regno e ha ricadute ovvie sul piano militare regionale.
Ed è proprio su questo piano che è emersa la contraddittoria e oggi perdente strategia di politica regionale di Mohammed bin Salman, già vista nel tentativo fallito tra il 2015 e il 2017 di costruire una Nato del Golfo integrando gli apparati militari degli Stati arabi, poi nella decisione di costruire un blocco arabo che isolasse il Qatar e la sua politica di appoggio dei Fratelli Musulmani che è durato solo quattro anni, tra il 2017 e il 2021, nel disastroso intervento saudita nella guerra civile yemenita dal 2015 in poi, che ha visto i nemici Houti trionfare, e infine nei suoi tentennamenti personali nella guerra contro l’Iran.
Tra i più accesi nello spingere Donald Trump a iniziare i bombardamenti contro i pasdaran e gli ayatollah nel febbraio scorso, il reggente saudita ha però dovuto prendere atto nell’arco di un paio di settimane che le sue Forze Armate non erano minimamente in grado di difendere il Paese e che trecento miliardi in armamenti spesi nell’ultimo decennio erano evidentemente finiti in un nulla (e nella corruzione dei vertici militari sauditi, tutti appartenenti alla corte). Da qui le sue pressioni sulla Casa Bianca per la ricerca di un compromesso patrocinato dal Pakistan con cui aveva stretto un patto militare.
Contemporaneamente, con una svolta tipica dei meandri mediorientali, ha rotto la decennale alleanza militare con gli Emirati Arabi Uniti nel condurre la guerra a fianco degli avversari degli Houti nello Yemen, bombardando addirittura nel porto di Mukalla il 30 dicembre 2025 le navi piene di armamenti inviate dagli Emirati Arabi Uniti alle milizie yemenite loro alleate. Risultato, spaccato dai sauditi il fronte di resistenza agli Houti, questi sono riusciti facilmente a infliggergli pesanti sconfitte, a partire dalla conquista del porto strategico di Mokha che facilita il loro controllo militare sullo stretto di Bab el Mandeb, giugulare del rifornimento petrolifero e dei traffici dell’Europa.
Infine, poche settimane fa, la furbesca ricerca di Bin Salman di una alternativa alla protezione militare degli Stati Uniti (siglata in un documento segreto da Roosevelt al ritorno da Yalta nel 1945 sui Laghi Salati con Abdulaziz Ibn Saud) con la sigla solenne di uno “storico accordo” col Pakistan e la Turchia in cui i tre firmatari si sono impegnati a dare pieno appoggio e a intervenire militarmente a difesa di uno dei tre contraenti attaccato da un nemico. Una rottura traumatica con gli Usa.
Contemporaneamente, un alternarsi di pressioni su Donald Trump verso il compromesso o verso la ripresa della guerra contro l’Iran e infine l’ovvia constatazione che lo “storico accordo” per la difesa reciproca con Ankara e Islamabad era solo uno dei tanti episodi della fatua retorica mediorientale. Sotto il lancio di missili Houti, addirittura sulla Mecca, i due alleati islamici, infatti, hanno rimandato al mittente con banali scuse la richiesta di Ryad di una loro difesa militare dei cieli sauditi, come concordato. Contemporaneamente Bin Salman ha dovuto incassare un uguale rifiuto da parte del presidente americano alla sua richiesta di bombardare gli Houti, ovvia ritorsione proprio al suo patto militare alternativo con il Pakistan (storico amico della Cina) e con la Turchia.
La conclusione di queste contorsioni e il sigillo alla debolezza politica e militare dell’Arabia Saudita e personale di Mohammed bin Salman è stata ovvia quanto sorprendente. Il Centcom, il comando militare supremo degli Usa, ha infatti riunito a metà settembre in Germania gli alti comandi militari di Israele e di sette Paesi arabi, Arabia Saudita in testa per impostare una difesa comune di Ryad.
Solo lo Stato ebraico, infatti, può seriamente difendere – e a quanto pare si è impegnato a farlo – il regno saudita, ovviamente assieme agli Stati Uniti. Una riunione, questa sì, che segna una svolta storica.

Attorno al tavolo del bar ci sono i soliti avventori:

  • Marco(il pragmatico ed esperto di geopolitica),
  • Sofia(l’idealista attenta alle riforme sociali),
  • Matteo(l’economista scettico)
  • Luca(il provocatore del gruppo).

Nonno Gigio(picchia col cucchiaino sulla tazza per chiedere attenzione): «Signori e signore, silenzio in aula! Oggi la materia è scottante. Abbiamo tra le mani quest’analisi di Panella che dipinge l’Arabia Saudita come un gigante dai piedi d’argilla: miliardi spesi in armi, ma un esercito che sul campo scappa o si affida ai mercenari. E ora, per difendersi dagli Houthi e dall’Iran, finisce per sedersi al tavolo con Israele sotto l’ala degli americani. Grazia, a te la parola per impostare le regole!»

Grazia(sorride, servendo un espressino a Sofia): «Grazie Gigio. Ragazzi, cerchiamo di non urlare. La domanda è semplice: siamo davvero di fronte al fallimento del modello di Mohammed bin Salman, tra mega-progetti ridimensionati comeThe Linee forze armate inefficaci, o questa cooperazione tattica con Israele è semplicemente la dimostrazione di un pragmatismo cinico ma inevitabile? A voi!»

Marco(prende la parola per primo, sistemandosi gli occhiali): «Guarda Grazia, l’articolo centra il punto storico. È il paradosso della “rendita petrolifera”: quando abitui un Paese a vivere di sussidi da tre generazioni, non crei solo un problema nel mercato del lavoro — dove infatti lavorano quasi solo gli immigrati —, ma distruggi l’elemento fondante di un esercito moderno: il senso di causa nazionale. Puoi comprare i caccia F-15 e i sistemi missilistici più cari del mondo, ma se chi li deve pilotare o gestire non ha alcuna intenzione di rischiare la pelle, hai fatto solo un favore ai bilanci delle industrie belliche occidentali.»

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Luca(ride con sarcasmo, interrompendo): «Ma dai, Marco, scendiamo dal talamo delle illusioni! Ma quale “senso di causa nazionale”! I sauditi sono semplicemente stati furbi finché hanno potuto: pagavano gli americani per fare da scudo e si godevano i dividendi del greggio. Il problema è che oggi gli Houthi gli tirano i missili in casa e l’Iran ha droni da quattro soldi che bucano difese da miliardi di dollari. L’accordo tra Centcom, Paesi arabi e Israele in Germania mostra semplicemente la realtà nuda e cruda: in Medio Oriente, se vuoi forza militare vera e capacità operativa reale, devi bussare a Tel Aviv. Tutto il resto è retorica da salotto!»

Sofia(scuote la testa, indignata): «Non è così semplice, Luca. Non si può ridurre tutto a un cinico calcolo militare. Panella evidenzia un fallimento culturale e sociale profondissimo. Bin Salman ha promesso mari e monti conVision 2030, parlando di emancipazione femminile, modernizzazione ed eliminazione del fondamentalismo religioso. Ma la verità è che non si cancella una struttura sociale tribale e feudale da un giorno all’altro con una firma su un decreto! Se la spina dorsale del Paese rifiuta il lavoro ed è priva di coesione, persino le riforme più avanzate rimangono una facciata ad uso e consumo dell’Occidente.»

Matteo(interviene guardando i numeri sullo smartphone): «Dal punto di vista economico, però, l’analisi mostra una falla logica disastrosa. Registrare 79 miliardi di spesa militare annua e scoprire che gli unici reparti davvero addestrati sono quelli della Guardia Nazionale — usati per proteggere i pozzi e la monarchia dai propri cittadini — è la definizione da manuale di allocate inefficiente delle risorse. Hanno bruciato centinaia di miliardi che dovevano servire a diversificare l’economia e a finire la transizione post-petrolio. L’asse difensivo con Israele non è una vittoria strategica di Ryad, è una resa incondizionata dettata dalla disperazione.»

Nonno Gigio(si liscia i baffi): «Aspetta però, Matteo. Da vecchio saggio che ne ha viste tante, vi dico una cosa: in Medio Oriente i nemici di ieri diventano gli alleati di oggi con la velocità con cui soffia il vento del deserto. Ryad ha provato a fare patti con il Pakistan e la Turchia, ma quando le cose si sono fatte serie, Ankara e Islamabad si sono sfilate. Chi rimane sul campo con la tecnologia per intercettare i missili iraniani? Gli USA e Israele. Sarà anche un’amara pillola da ingoiare per il mondo arabo, ma dimostra che alla fine la sopravvivenza della corona viene prima di qualsiasi ideologia.»

Grazia(riprende in mano il filo del discorso): «Un quadro affascinante e al contempo inquietante. Da una parte abbiamo una società anestetizzata dal benessere del petrolio e una leadership che fatica a modernizzare il Paese; dall’altra un riassetto geopolitico epocale dove vecchi tabù cadono di fronte alle minacce concrete.»

Un bell’intreccio di punti di vista. Se fossi seduto al tavolo del bar insieme a loro, da che parte ti schiereresti? Trovi che il ritratto dell’esercito saudita tracciato nell’articolo sia un po’ troppo severo o rispecchi fedelmente la realtà geopolitica della regione?

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