La prima comunione

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E io che, ingenua, mi pensavo che le prime comunioni modello sposalizio erano una roba cafona dei miei tempi. Cazzo è che non avevo mai incontrato di persona l’orgogliosa madre di Noemi, Chantecler, Avacomelava Scannasurice. Una donna, in fin dei conti, semplice se non siete così superficiali da soffermarvi sul fatto che sembra l’anello di congiunzione tra Barbie Gang bang e l’ultimo modello di bambola gonfiabile; Lady Godeva, che, peraltro, tengono pure la stessa bocca aperta in un ohhhh di… meraviglia, solo che alla signora è stata colpa del Botox andato di acito. Cioè che dalla grigia sala di attesa del medico della mutua io mi sento all’intrasatta proiettata in uno scenario che è un ibrido tra il Boss delle cerimonie e il mio Grosso grasso matrimonio gipsy. Vengo rapita dalla descrizione del vestito della creatura con corpetto vedo-non vedo, l’acconciatura intrafogliata con rarissime orchidee egrù, le scarpetelle di pexiglas modello Cenerentola. Mi perdo sognante nel volo di farfalle e nel lancio di confetti gusto cotica, fatti realizzare apposta su ricetta dello zio chianchiere. Mi sbavo sulle scarpe quando elenca le trenta portate del menù che si chiude, giustamente con fella di carne arrostuta e spaghetti aglio e olio. Ma, soprattutto, mi scopro priva di scrupoli quando, su due piedi, congegno un efferato piano per entrare in possesso della bimbiniera: una statuina di Capodimonte con le fattezze della peccerella, abiti in seta di San Leucio, cristalli Swarovski al posto degli occhi, che tiri un filo e canta le hit di Maria Nazionale. Ecco, ucciderei per averla. F.to Francesca Prisco 

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