Una storia vera, una vita spezzata.

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Lei è Graziella, 20 anni, vive a Musei, un paesino piccolo del Sulcis Iglesiente.
Graziella è figlia di una famiglia onesta, numerosa, certamente non ricca. Sin da bambina, si distingue per la sua gentilezza, la sua voglia di vivere, il suo sorriso sempre pronto a splendere.
A 13 anni conosce l’amore della sua vita, il primo e l’unico. Lui era più grande di almeno dieci anni, uscivano di nascosto in moto per andare alle grotte di S.Giovanni a Domusnovas. La famiglia di Graziella però, in quel periodo, notava che la ragazzina avesse sempre più spesso dei graffi e delle echimosi su varie parti del corpo. Certo, all’inizio per Graziella sarà stato facile trovare qualche scusa per quei segni sulla pelle, ma con l’andare del tempo, nessuno credeva più alla casualità delle sue cicatrici.
Graziella non parlava di questo amore, teneva dentro di se, il segreto di una relazione che neanche lei, ancora poco più che bambina, riusciva a comprendere. Lei era fragile, bisognosa di un affetto che credeva di aver trovato in quell’uomo, quindi continuò a vederlo nonostante tutto e tutti.

Ma ormai in paese, tutti vociferavano della loro relazione e quindi, suo padre, prese a picchiarla, per impedirle di continuare a frequentare quel ragazzo più grande di lei e non troppo ben gradito alla famiglia.
Non passò troppo tempo che Graziella rimase incinta del primo bambino, nato quando lei aveva poco più di 15 anni. Il bimbo nasce prematuro e per questo costretto ad un ricovero di quasi 2 mesi all’ Ospedale S.Barbara di Iglesias. Graziella vorrebbe andare a trovare quel figlio, ogni bimbo che vedeva in giro gli sembrava il suo. Ma lui, il suo uomo, per via della sua gelosia ossessiva, in quei 2 mesi non gli permise mai di andare a trovare quel figlio.
Il sorriso di Graziella inizia a perdere la sua solarità.

Dopo un anno, nasce il suo secondo figlio, lei ha poco più di 16 anni, così che poco dopo iniziano ad abitare insieme lei e il suo compagno, in una piccolissima casa di ladiri, molto umile e con poche comodità.
E’ il 1972 e iniziano a preparare anche le carte per il matrimonio. Ma passeranno altri 2 anni, prima che questo matrimonio si celebrasse in chiesa, di notte, a Villamassargia, un paesino limitrofo e in completa solitudine tranne che per la presenza degli sposi, il padre di lui e la sorella di lei. Si racconta che il parroco, stanco dei continui ripensamenti di lui, non li volle sposare di giorno, per evitare nuove perdite di tempo. Graziella era incinta del suo terzo figlio, una femmina.
Due mesi dopo il matrimonio nasce la bambina, era il 1974.

Ma le tensioni tra i due congiunti, iniziano a peggiorare sempre di più, lui ossessionato dalla gelosia, la rinchiudeva in casa, non le dava neanche i soldi per andare a fare la spesa. Viveva ormai come una reclusa i suoi poveri 18 anni.

Iniziano allora le fughe da casa. Graziella prenderà spesso i suoi bambini, per recarsi dalla sorella Luciana a Iglesias, dopo i sempre più violenti litigi con lui. Ma poi tornava, perché non sapeva come dar da mangiare ai suoi figli e perché non poteva ricevere aiuto da nessuno.

Ma è nel 1976, che Graziella decide di scomparire. Non fa più la valigia per andare dalla sorella, ma scappa a Quartu S. Elena, dove rimarrà per un breve periodo, fino a che non inizieranno le sue ricerche da parte delle forze dell’ordine. Consapevole di essere scappata dal paesino di Musei, perché non reggeva più quella reclusione, non reggeva più quelle violenze su di lei. Ma stavolta, spinta dalla disperazione, fugge via senza prendere i suoi bambini.

Il Comune, fa prelevare allora i bambini, uno di 5 anni, uno di 3 anni e la bimba di 8 mesi. Li portano in un befotrofio a Cagliari, un’istituto dove si allevano i bambini illegittimi o abbandonati.
Nel frattempo partono le ricerche di Graziella, venne trovata dai carabinieri in stato confusionale e infreddolita a vagare per le strade di Cagliari, di notte e con un lungo e becero cappotto nero, era inverno.

Quel 1976, verso la primavera, Graziella ebbe finalmente un aiuto da una casa di accoglienza gestita da delle suore, cui le trovarono anche un piccolo lavoro da cuoca. Finalmente, poteva recarsi a trovare i suoi adorati figli nel befotrofio e sperare che un domani potesse riprenderseli con se.

Nel frattempo, in quei mesi, lui la cercava ossessivamente, mentre lei scriveva qualche lettera alla madre :”….sto bene in collegio, mi hanno trovato un piccolo lavoro….ogni settimana vado a trovare i bambini, se vedi come sono belli adesso!!…..ho fatto molti sbagli, specialmente decidere di stare con lui, solo perché aveva detto in giro nel paese che si era divertito con me, quando eravamo fidanzati e che anche altri uomini si erano divertiti con me. Lui diceva queste cose quando lo lasciavo, quindi sono stata costretta a rimettermi con lui, così che non continuasse a diffamarmi….io non l’ho mai amato, lo odio, ma la cosa più bella che mi ha dato il Signore Dio, sono i miei figli, che amo da impazzire…”

Quell’ 11 Maggio del 1976, Graziella compra un pacchetto di biscotti Pavesini e si reca presso il brefotrofio, come ogni settimana, per riabbracciare i suoi bambini.
Ma lui è riuscito a sapere dove si trova, si nasconde, osserva i suoi movimenti intorno all’istituto e appare all’improvviso. Nel giubbotto nascondeva un martello, iniziò a colpire in testa Graziella. I biscotti caddero a terra con lei, insieme alla sua voglia di riabbracciare i suoi piccoli bimbi. Morì su quel marciapiede, a qualche metro da loro.

Lui venne arrestato subito, mentre scappava. Durante il processo, Graziella, sia pur da morta, dovette difendersi dalla vergognosa legge ancora in vigore in Italia, fino al 1981, che prevedeva il Delitto cosiddetto d’Onore. Furono proprio le sue lettere alla madre a consentire la condanna per premeditazione dell’ imputato. Nel 1976, questo era un caso di femminicidio ante-litteram, un caso di abbandono sociale da parte di uno Stato assente e ancora troppo silente nel riconoscere e proteggere i Diritti delle Donne.
Graziella paga lo scotto di abbandoni istituzionali, in cui un’ adolescente di allora non si sentiva tutelata, istruita su come avrebbe potuto vivere al sicuro. E a 44 anni dalla sua morte, oggi, la realtà per le donne è ancora più tragica, quasi che ogni passo di diritto conquistato, paghi il suo scotto con ancora più vittime.

Graziella aveva 20 anni

In sua memoria, vogliamo onorare la sua giovinezza perduta, per non dimenticare e perché si lavori sempre più verso la prevenzione della violenza, attraverso una cultura attenta e responsabile. Ci impegneremo anche a suo nome e di tutte le vittime di femminicidio a farle dedicare una Via del nostro paese, come simbolo di lotta contro la discriminazione di genere.
Ringraziamo i parenti tutti, che ci hanno concesso di conoscere meglio la sua storia, in particolare: le sorelle Isangela, Luciana e Carla.

Donne X Musei

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