“Moltheni non morirà mai”, l’autore racconta “Senza Eredità”

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Dieci anni dopo l’ultimo lavoro sotto la firma Moltheni, Umberto Maria Giardini ripropone il suo alter ego ripescando brani inediti, in alcuni casi suonati solo dal vivo, che per un motivo o per un altro non sono riusciti a trovare spazio per la pubblicazione tra il 1997 e il 2010. “Senza eredità” parte da questo tipo di lavoro che, traccia dopo traccia, dà l’impressione a chi ascolta che Moltheni sia tornato per davvero. E invece no. Quel progetto resta chiuso e mai sarà riaperto, almeno nelle odierne intenzioni dell’autore. Il cantautore a Fanpage.it spiega: “Ogni brano è un racconto e una sfaccettatura di sfumature e sensazioni di svariati anni fa, ma non per questo inefficace nel suo obiettivo di emozionare”. I testi, così densi e veri, arrivano da un riferimento che Moltheni/UMG esplicita: “In ogni mio testo c’è una stanza, in questa stanza c’è una finestra con una tenda. Dietro alla tenda intravedo in trasparenza Rossana che mi suggerisce cosa scrivere e come scriverlo. Vedo la mia scrittura suggerita dalla sua delicatezza e dalla sua autorevolezza, così nitida, così semplice e inattaccabile”. Non ci sono eredi di Moltheni e il futuro non è roseo, ma “tra i giovani ci sono nomi nuovi molto promettenti, come Emma Nolde, i Post Nebbia, Frah Quintale e tantissimi altri, ma dall’altra parte innegabilmente anche tanta tantissima musica scadente che dilaga”. 

“Moltheni è morto”, hai detto. Eppure siamo qui a parlare di un disco di Moltheni. Come mai hai pubblicato questo disco proprio adesso? 

Moltheni non è morto, come per molti musicisti scomparsi, non morirà mai. Moltheni è semplicemente concluso nel 2010 con la chiusura del progetto, se siamo qui a parlarne è per il semplice fatto che, a posteriori esce un album con inediti non inclusi nei dischi che caratterizzarono la sua carriera nel periodo 1998-2010, stop. La pubblicazione di questo lavoro ha il solo scopo di chiudere un cerchio lasciato aperto e accontentare tutti i fan che da anni chiedevano quei brani occasionalmente eseguiti dal vivo, ma che per vari motivi non rientrarono in nessun album. Tutto qua.

Le canzoni del disco – a parte ‘La mia libertà’ – appartengono a un passato lontano e a un capitolo ormai chiuso della tua carriera. Nonostante tutto, c’è un brano che senti rappresentante di un momento attuale, escluso ovviamente quello scritto nel 2019? 

No, “Senza eredità” è un disco che nasce da un percorso appartenente al passato, ma che si sviluppa nel presente e che come tutta la musica di qualità è presente. Ogni brano è un racconto e una sfaccettatura di sfumature e sensazioni di svariati anni fa, ma non per questo inefficace nel suo obbiettivo di emozionare. Non dimentichiamo inoltre che, tutto ciò che appartiene al passato amplifica la sua veridicità nel tempo e nei suoi significati; questo album è ancor più attuale di molte cose attuali, perché guarda avanti tenendosi per mano con ciò che non c’è più.

Ogni volta che pubblichi un disco – che sia di UMG/Stella Maris/Pineda – si ha sempre la benevola impressione che tu, con la tua musica e la tua scrittura, stia arrivando da un altro pianeta – qualche altro collega scrisse “da una riserva indiana” parlando di “Forma Mentis”. Condividi queste impressioni?

Assolutamente no. Sono una persona molto pragmatica e allo stesso tempo visionaria, scrivo con un metodo riconoscibile che mi appartiene, ma mi considero normalissimo con i miei pregi e i miei difetti, più i miei limiti a tratti ordinari. Da questo ne scaturisce una scrittura semplice e severa, che senza peli sulla lingua dice le cose come stanno non nascondendosi dietro a un dito. L’ipocrisia è un sentimento che non mi sfiora né mi avvantaggia, per questo sono molto amato e allo stesso tempo odiato. Dico le cose come stanno senza girarci attorno anche a discapito delle conseguenze che ne derivano; quando dici ciò che pensi, passi automaticamente dalla sponda degli antipatici. È un prezzo da pagare, che molti interpretano rabbioso, ma non è assolutamente così. Sono una persona serena e mai distratta. Osservo in silenzio quello che mi circonda e quando me lo si chiede lo racconto.

Come costruisci la fase di scrittura di un disco? Ti aiuti con la letteratura?

Quando lavoro interagisco con me stesso h24. Ho un preciso metodo di lavoro che da sempre adotto e con il quale mi trovo bene. Parto sempre dalla musica e compongo la struttura del brano fino a definirlo al suo 90% (strumentale). Scrivo i testi solo ed esclusivamente quando il brano è musicalmente pronto, finito, questo mi aiuta tantissimo. Nonostante sia circondato da tonnellate di libri, leggo il giusto. La mia carriera è stata condizionata soprattutto da Rossana Rossanda; il suo contributo mischiato al suo pensiero, alla sua eleganza nella scrittura e al suo credo politico, sono stati determinanti nella mia formazione. In ogni mio testo c’è una stanza, in questa stanza c’è una finestra con una tenda. Dietro alla tenda intravedo in trasparenza Rossana che mi suggerisce cosa scrivere e come scriverlo. Vedo la mia scrittura suggerita dalla sua delicatezza e dalla sua autorevolezza, così nitida, così semplice e inattaccabile.

Hai fede? Che rapporto hai con la spiritualità?

Non sono un credente, bensì un laico convinto. Avendo un estrazione e un DNA molto legato al nord (del continente non dell’Italia) ho in me un enorme legame spirituale con la natura e con gli animali. Sono da sempre affascinato da coloro che nella loro vita, specie quando ci si avvicina alla morte, hanno ricercato il significato della vita e di Dio. Terrence Malik, Tiziano Terzani, ne sono il massimo esempio. Ho un buon rapporto con la mia spiritualità, ma ammetto di manifestarla pienamente quando mi fermo dinanzi ai dolori che la vita riserva.

Che 2020 è stato per te, come hai vissuto le giornate della pandemia. 

È stato un anno identico a quello degli altri. Sono una persona molto fortunata, poiché ho un lavoro che non mi ha causato nessun tipo di ripercussione economica, quindi ho tirato avanti bene, diciamo come prima, ne più di prima. Ho trascorso un anno in solitudine con la mia famiglia prendendo la situazione in modo sereno e riflessivo, allontanandomi dal mondo esterno con naturalezza e doverosa responsabilità. Ho cambiato di poco le abitudini se non quella di suonare con la mia produzione e di viaggiare molto con i miei cari. Oggi sono qui composto in attesa che tutto accada, che si risolva per il meglio, ma resto come attitudine un po’ diffidente verso tutto ciò che mi circonda, che ai miei occhi appare incerto, con una fisionomia che assomiglia ad un caos organizzato.

Senza Eredità. Un po’ come Moltheni. Un po’ come UMG. Guardando tra i giovani, anche giovanissimi, chi potrebbe raccogliere il testimone e seguire la scia del tuo percorso? 

Credo nessuno, poiché il tempo è trascorso e con lui ragionevolmente si è trasformato anche il costume, il linguaggio e tutto il resto. Tra i giovani ci sono nomi nuovi molto promettenti, come Emma Nolde, i Post Nebbia, Frah Quintale e tantissimi altri, ma dall’altra parte innegabilmente anche tanta tantissima musica scadente che dilaga, avvantaggiata dalla rete, dalla tv e dal fatto che la preparazione culturale sulla materia musica in Italia è davvero penosa. Il barcone fa acqua da tutte le parti e nessuno è in grado di rattoppare le falde. Ci si illude che tutto stia andando per il meglio, ma non è così. Siamo lo specchio degli anni decadenti che stiamo vivendo e ciò si riflette in tutto. La politica, la società civile, l’economia, lo sport, il razzismo, il maltrattamento degli animali, la tv, sono tutte manifestazioni oggettive di una forma di decadenza conclamata, per la musica è uguale poiché filtro di queste espressioni dell’essere umano. Siamo esattamente ciò che vogliamo essere e i tempi che viviamo ne sono la prova. La speranza deve restare però presente in tutti noi, come la voglia di cambiare, la volontà di correggere il tiro, di comprendere che dal passato si può e si deve imparare, consapevoli che molto presto anche noi lo diventeremo.

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