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Ciao Willy


Mi spiace di essere vecchio per fare altri figli, altrimenti il prossimo l’avrei chiamato Willy.

L’avrei fatto per potergli raccontare, da grande, come il suo nome venisse da un ragazzo buono e gentile, che aveva reagito alla prevaricazione di quattro bulli scatenando il loro istinto omicida.

Per potergli dire che fu proprio quel giorno a cambiare d’incanto la percezione del razzismo in Italia.

Che vedendo quegli occhi grandi, quel sorriso innocuo, quel coraggio garbato, persino i cattivisti di ogni ordine e grado capirono di essere stati illusi, usati, governati verso bersagli inventati da chi aveva bisogno di loro per il proprio tornaconto, i propri voti, le ville al mare o in montagna comprate spargendo odio nei talk show compiacenti, nelle radio a caccia di pubblicità, sui giornali talmente avanti nella loro deriva violenta da aver cominciato a credere alle proprie bugie, e a quelle della rete, create dai manager della calunnia, del livore, del trampolino ideale su cui i carnefici si erano issati per uccidere e tornare subito dopo a twittare. Impuniti.

Mi spiace, ma forse neanche tanto. Perché Willy, a quelle parole, mi avrebbe certamente risposto: “Babbo, ma alla mia età pensi ancora che possa credere alle favole?”
Cit.

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