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Gli arabi


Quando diciamo che gli arabi furono riconosciuti grandi scienziati, astronomi, chimici e medici stiamo riconoscendo loro un merito enorme, anche perché, se durante il medioevo, in occidente, i monasteri furono i grandi centri di conservazione del sapere classico, i luoghi in cui migliaia di tomi furono custoditi, ricopiati, miniati e riprodotti, le città arabe, sull’altra sponda del Mediterraneo, furono invece i quartieri generali di quella che noi oggi definiremmo la ricerca, o più precisamente lo sviluppo scientifico e medico.

Gli arabi, partendo dai trattati dei medici greci come Ippocrate e Galeno, diffusi grazie alle traduzioni, ebbero nelle figure di Avicenna, Alrazi, Averroè e Avenzoar dei mostri sacri della scienza che seppero diagnosticare e curare in modo efficace molte patologie, migliorare prassi operatorie, riconoscere l’importanza dell’igiene, della prevenzione e dell’alimentazione corretta. È anche grazie all’influenza dei testi arabi che fiorì la grande Scuola Medica Salernitana che nel novero dei suoi accademici vantava delle dottoresse come la famosa Trotula de Ruggiero.

Il campo della medicina ci interessa in modo particolare, se parliamo di algebra, giacché questo termine nasce in un alveo semantico relativo all’ortopedia: ǧabara è un verbo che ci parla di qualcuno che ha aggiustato le ossa, che ha ridotto una frattura. In che modo un osso rotto può essere ricomposto? Riconnettendo tra loro i pezzi. Quando le parti rotte sono ridotte alla forma originaria, il problema è risolto, servirà un mese di gesso e magari qualche seduta di fisioterapia, ma, insomma, tutto tornerà come prima.

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