Stazione di Roma Termini – Il caso Coin e la ferita alla fiducia

ROMA— Prima il caso di Rogoredo, ora lo scandalo che ruota attorno al punto vendita Coin di via Giolitti, a due passi dalla Stazione Termini. Il 2026 si sta rivelando un anno complicato per l’immagine delle forze dell’ordine.
Secondo la ricostruzione della Procura di Roma (pm Stefano Opilio, coordinato dall’aggiunto Giovanni Conzo),21 appartenenti alle forze dell’ordine— 9 agenti della Polfer e 12 carabinieri in servizio nello scalo ferroviario — sarebbero coinvolti in un sistema di sottrazione sistematica di merce dal negozio Coin, per un valore che sfiora i300mila euro.
Il meccanismo contestato
Al centro dell’indagine una cassiera quarantenne, ritenuta dagli inquirenti l’ingranaggio principale del sistema. Secondo l’accusa:
- la merce veniva “prenotata”,
- nascosta in un armadio vicino alla cassa,
- privata delle placche antitaccheggio,
- consegnata senza regolare pagamento.
In alcuni casi venivano stampati vecchi scontrini per simulare acquisti; in altri si fingeva un pagamento elettronico mai avvenuto. Talvolta venivano lasciate somme irrisorie rispetto al valore della merce.
L’ammanco sarebbe emerso durante l’inventario di febbraio 2024: un buco di184mila euro, pari al 10,8% del fatturato del punto vendita, ben oltre la fisiologica percentuale di differenze inventariali.
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Le telecamere installate da una società investigativa privata avrebbero documentato le consegne irregolari.
Le accuse e la difesa
La Procura contesta ilfurto aggravato in concorso. Dopo gli avvisi di garanzia, i 21 indagati sono stati trasferiti ad altre sedi.
La difesa respinge le accuse, sostenendo che si tratterebbe di importi limitati e contestando la ricostruzione complessiva. Sarà il giudice a stabilire responsabilità e portata effettiva dei fatti.

Il precedente di Rogoredo
Il caso di Termini si aggiunge a quello di Milano, dove il poliziotto Carmelo Cinturrino è detenuto con l’accusa di omicidio volontario per la morte di Abderrahim Mansouri nel boschetto di Rogoredo.
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Due vicende diverse per natura e gravità, ma accomunate da un elemento: la divisa al centro dell’inchiesta.
Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha ribadito la linea della “tolleranza zero” e della piena collaborazione con la magistratura.
Il punto politico e morale
È inevitabile che notizie come queste generino turbamento. Perché le forze dell’ordine rappresentano l’ultimo presidio di fiducia tra lo Stato e il cittadino.
Ma proprio per questo è necessario tenere insieme due verità:
- La responsabilità è personale, non collettiva.
- La trasparenza è un dovere istituzionale, soprattutto quando a sbagliare è chi porta una divisa.
La stragrande maggioranza degli uomini e delle donne in uniforme svolge il proprio lavoro con sacrificio, turni pesanti e retribuzioni spesso inadeguate. È un dato di realtà.
Allo stesso tempo, quando emergono condotte gravi, minimizzare o negare diventa un errore doppio: per la giustizia e per l’immagine stessa delle istituzioni.

La chiosa di Nonno Gigio
Al bar la discussione è accesa. Qualcuno parla di “cesto marcio”, qualcun altro di “mele guaste”.
Nonno Gigio sorseggia il caffè e dice:
«Una rondine non fa primavera, è vero. E una mela marcia non rovina tutta la cassetta.
Ma se trovi ventuno mele ammaccate nello stesso angolo, un’occhiata al cesto la devi dare.
Difendere le forze dell’ordine significa pretendere che siano migliori di noi, non giustificarle a prescindere.
La divisa è un onore. E proprio perché è un onore, chi la tradisce deve risponderne fino in fondo.
Così si difende davvero l’istituzione. Non chiudendo gli occhi, ma aprendoli.»
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