Renzi, il professionista dell’ago della bilancia

Matteo Renzi torna a stupire. L’ex presidente del Consiglio e leader di Italia Viva ha messo in scena l’ennesima metamorfosi politica: aperture a destra, segnali di sintonia con il Partito Democratico guidato da Elly Schlein, ammiccamenti sempre meno velati a Giuseppe Conte. Una traiettoria apparentemente contraddittoria che in realtà racconta una consapevolezza molto chiara: senza un’opposizione unita, Giorgia Meloni è destinata a restare a Palazzo Chigi ancora a lungo.

Renzi lo dice senza troppi giri di parole. I voti del Movimento 5 Stelle sono decisivi. Se Conte sceglierà di non starci, avverte, regalerà altri cinque anni di governo alla destra. Un messaggio diretto, quasi ultimativo, che suona però ironico se letto alla luce della storia recente: fu proprio Renzi, con una delle sue più celebri mosse tattiche, a staccare la spina al governo Conte II per aprire la stagione di Mario Draghi.

La coerenza dell’incoerenza

Chi segue Renzi da tempo conosce bene questo copione. L’imprevedibilità non è un effetto collaterale del suo modo di fare politica: è il metodo. Ha contribuito all’elezione di Ignazio La Russa alla presidenza del Senato, ha flirtato con la destra quando serviva a marcare una distanza dal centrosinistra, e oggi tende la mano proprio a quel Movimento 5 Stelle che ieri indicava come impresentabile.

Non è trasformismo nel senso classico del termine. È una strategia più sofisticata, che punta a conservare un ruolo centrale anche quando i numeri suggerirebbero la marginalità. Renzi non costruisce campi politici: li attraversa. Non rafforza alleanze: le rende dipendenti dalla sua presenza.

L’illusione dell’ago della bilancia

Il problema è che questa centralità è sempre più autoreferenziale. Italia Viva pesa poco nei sondaggi, ma Renzi continua a muoversi come se fosse indispensabile. L’“ago della bilancia” diventa così una figura mitologica: evocata spesso, dimostrata raramente. Eppure il suo messaggio a Schlein e Conte è chiaro: senza di lui, e senza un accordo largo, l’opposizione è destinata a perdere.

La domanda vera, però, è un’altra: chi è disposto a fidarsi di un alleato che ha fatto della rottura improvvisa un marchio di fabbrica?

Fidarsi di Renzi?

Per il Partito Democratico di Elly Schlein, l’apertura a Renzi è un rischio politico e simbolico. Per Giuseppe Conte, l’ipotesi di un’alleanza suona quasi come una prova di resistenza: può davvero affidarsi a chi lo ha fatto cadere, rivendicandolo come atto di responsabilità nazionale?

La memoria, in politica, conta. E quella di Renzi è una memoria ingombrante, fatta di promesse ribaltate e di equilibri saltati nel momento più delicato.

Matteo Renzi non è il nuovo Mastella: è qualcosa di più moderno e più efficace. Mastella trattava per sopravvivere, Renzi tratta per contare. Sempre. A prescindere dal colore del governo, dal verso del vento, dalla parola data il giorno prima. La sua ideologia è una sola: esserci.

E a forza di stare sempre “nel mezzo”, Renzi ha finito per non stare più da nessuna parte. Chi oggi valuta un accordo con lui dovrebbe leggerla così: non come un’alleanza, ma come una clausola di rischio incorporata. Perché con Renzi, il ribaltone non è un incidente. È una possibilità strutturale.

Lascia un commento