Sei chilometri nella neve. E noi li chiamiamo “regole”
C’è un’immagine che resterà a lungo. Un bambino di undici anni, due zaini sulle spalle, che cammina da solo nella neve, stremato, in ipotermia, piangendo. Sei chilometri a piedi, da San Vito di Cadore a Vodo. Non per una bravata, non per una fuga, non per una scelta. Perché non aveva dieci euro.

Dieci euro per salire su un autobus.
Il suo biglietto da 2,50 euro non valeva più nulla. Non perché fosse falso. Non perché scaduto. Ma perché, nel nome delle Olimpiadi Milano-Cortina, il prezzo della corsa è quadruplicato. E le “regole” – così le chiamano – non ammettono eccezioni. Nemmeno davanti a un bambino. Nemmeno sotto la neve.
L’autista è stato sospeso. La Procura si è mossa. La politica si è indignata. Tutto molto ordinato, tutto molto istituzionale. Ma il punto non è chi ha fermato Riccardo. Il punto è chi ha reso possibile che fermarlo fosse considerato normale.
Qui non c’è stato un errore. C’è stata una scelta culturale.
L’idea che il prezzo venga prima della persona.
Che il regolamento venga prima dell’umanità.
Che un evento, una vetrina, un brand internazionale valgano più di un bambino che deve tornare a casa.
È questo il vero scandalo.
Perché quando un sistema arriva al punto di espellere un undicenne da un autobus e di consegnarlo alla neve, quel sistema è già marcio. Non è “efficientismo”. Non è “rigore”. È disumanizzazione.
E allora la domanda viene spontanea, scomoda, necessaria:
il Trumpismo è già tra di noi?
Non come slogan, ma come mentalità.
Quella per cui chi non può pagare semplicemente scompare.
Quella per cui la povertà è una colpa.
Quella per cui la compassione è vista come una debolezza, un’eccezione pericolosa.
“Cosa non si fa nel nome di Dio denaro”, verrebbe da dire. Ma qui il dio non è nemmeno il denaro in sé: è l’obbedienza cieca al meccanismo. Alla tariffa. Al protocollo. Alla logica per cui non è affar mio.
Io questa storia l’ho saputa ieri sera, tardi. E non ho dormito.
Ho sperato fosse una fake news. Ho aspettato i giornali del mattino per smentirmi. Invece era tutto vero. Confermato, nero su bianco, in edicola.
Ed è questo che fa più paura: non l’episodio isolato, ma la sua perfetta plausibilità. Il fatto che, a mente fredda, qualcuno possa ancora dire: “L’autista ha fatto il suo dovere”.
No.
Il dovere, quando c’è un bambino sotto la neve, è fermarsi.
Il dovere è farlo salire.
Il dovere è ricordarsi che prima delle Olimpiadi, prima dei bilanci, prima delle regole, viene l’essere umano.
Tutto il resto è barbarie con la giacca istituzionale.
Questa vicenda mi riguarda.
Non come commentatore, non come cittadino astratto. Mi riguarda come adulto.
Perché se accettiamo che un bambino venga lasciato a piedi nella neve “perché il biglietto non è quello giusto”, allora stiamo dicendo che tutto è negoziabile. Anche l’umanità. Anche la protezione dei più fragili. Anche il buon senso elementare.
Io non riesco a chiamarla fatalità. Non riesco a chiamarla errore.
La chiamo per quello che è: una resa morale.
Stanotte non ho dormito perché continuavo a pensare a quei sei chilometri. A ogni passo. Al freddo che entra nelle ossa. Alla paura di restare soli. E mi sono chiesto quando abbiamo smesso di considerare intollerabile una cosa del genere.
Se dieci euro valgono più di un bambino, allora non è Riccardo ad aver fatto sei chilometri nella neve.
Siamo noi ad aver fatto un passo enorme verso qualcosa di molto peggiore.
E io questo passo non lo voglio fare. Non in mio nome. Non in silenzio.

