Pietrarsa 150 anni fa fuoco sugli operai in sciopero: 4 morti

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ACCADDE il 6 agosto 1863. Da un lato, un gruppo di operai in sciopero, i primi dell’ Italia appena unita. Dall’ altro un battaglione di bersaglieri del Regio esercito. Alle 14 il capitano Martinelli ordinò di aprire il fuoco sui manifestanti, e quattro lavoratori delle officine di Pietrarsa, ex stabilimento borbonico di locomotive e materiale ferroviario, caddero sotto il fuoco delle baionette. Fu la prima strage operaia in Italia, avvenuta 23 anni prima dei fatti di Chicago, molto simili, poi ricordati nella festa del Primo maggio. Stasera alle 21, centocinquant’ anni dopo, l’ associazione “Circolomassimo” ricorda l’ eccidio con “Pietra arsa” (ingresso 5 euro) rappresentazione teatrale con Rosaria De Cicco e Roberto Capasso, diretta da Aldo Vella. La performance, sullo spiazzale dello stesso opificio borbonico a Portici sarà preceduto alle 18 dall’ apertura del Museo ferroviario e da un’ esposizione di prodotti tipici con la deposizione di una corona al monumento dei caduti di Pietrarsa, forgiata nel 1995 dallo scultore Bruno Galbiati. A chiudere la serata, un concerto folk delle compagnie “Terra nostra” e “Unavantaluna”. «Raccontiamo una pagina tragica della nostra storia – spiega Vella – spesso dimenticata dai più». Cosa accadde di preciso in quel tragico pomeriggio del 1863 è testimoniato dai rapporti della Questura conservati nell’ Archivio di Stato di Napoli. In quel periodo a Pietrarsa (la cui area si trova tutt’ oggi tra i comuni di Portici, San Giorgio a Cremano e San Giovanni a Teduccio) lavoravano più di 1000 persone. In passato era stato uno stabilimento all’ avanguardia. Persino lo zar Nicola I di Russia, in visita a Napoli nel 1845, ne chiese una pianta per realizzarne uno simile a Kronstadt. Le cose cambiarono con l’ Unità d’ Italia, durante le prime politiche industriali del Governo di Umberto Rattizzi. Nel Paese c’ erano due grandi poli industriali: Pietrarsa e l’ Ansaldo a Genova. Quale salvare? La scelta cadde su quest’ ultima, ritenuta più flessibile per futuri ampliamenti e meglio collegata ai principali snodi europei. Una decisione che sancì il definitivo crollo delle officine campane. Furono così affittate da un privato, Jacopo Bozza, per 46 mila lire l’ anno. Il neoproprietario aumentò le ore dei turni e iniziò con i licenziamenti in tronco: gli operai scesero a 800. La situazione divenne per loro sempre più insostenibile, e precipitò il 6 agosto 1863 quando, oberati di lavoro e senza stipendio da mesi, decisero di incrociare le braccia. Fu allertata la polizia, per “minacce” e “atteggiamenti ostili” dei manifestanti, ma su sollecitazione dell’ allora contabile dell’ azienda, tale Zimmermann fu inviato un gruppo di bersaglieri. La repressione fu violenta, e si fece fuoco sulla folla. Morirono gli operai Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. E ciò che era nato come legittima protesta di lavoratori non pagati, fu poi dipinto come una sommossa pro borbonica contro il neonato Regno d’ Italia.

PAOLO DE LUCA

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