Niscemi non è una sorpresa. È una colpa

In questi giorni l’Italia scopre che in Sicilia esiste un paese che si chiama Niscemi.
Lo scopre guardando le immagini delle case che franano, dei muri che si aprono, delle persone evacuate con quello sguardo che arriva sempre dopo: quando è troppo tardi.

Ma Niscemi non è una tragedia improvvisa.
È una tragedia annunciata.
Scritta. Cartografata. Studiata. Ignorata.

Il sottosuolo di Niscemi è un’alternanza di sabbie e argille. Terreni instabili, fragili, inclini allo scivolamento. Lo sapevano tutti quelli che dovevano saperlo.

Lo sapevano i geologi.
Lo sapeva la comunità scientifica.
Lo sapevano le istituzioni.

Lo dicevano da anni le carte geologiche.
Lo certificava il PAI della Regione Siciliana, che indicava chiaramente aree ad alta pericolosità idrogeologica.
Lo ricordava la storia: 1790, 1997. Stessi versanti, stessi movimenti, stessi esiti.

E allora la domanda non è “si poteva prevedere?”
La risposta è sì. Da decenni.

La vera domanda è un’altra: perché si è costruito lo stesso?

Perché si è permesso di edificare ai bordi del crostone.
Perché si è chiuso un occhio sui drenaggi insufficienti.
Perché si è preferito il profitto immediato alla sicurezza collettiva.

Perché impedire di costruire avrebbe significato impedire di guadagnare.
Perché fermare avrebbe voluto dire assumersi una responsabilità.
E in questo Paese la responsabilità è sempre un optional.

Meglio nascondere la polvere sotto il tappeto.
Meglio rimandare.
Meglio far finta di niente.

Poi arriva il ciclone. La pioggia. L’innesco finale.
E tutti a parlare di “evento eccezionale”.

Eccezionali non sono le piogge.
Eccezionale è la sfacciataggine.

Perché a pagare, come sempre, non sono quelli che hanno firmato i permessi.
Non sono quelli che hanno incassato.
Non sono quelli che “non potevano non sapere”.

Pagano i fessi.
Quelli che hanno comprato casa in buona fede.
Quelli che hanno acceso mutui trentennali.
Quelli che oggi si ritrovano senza un tetto e con un debito.

Perde sempre la parte onesta del Paese.
Succede sempre così.
E continuerà a succedere finché chiameremo “fatalità” ciò che è scelta politica.

Niscemi non è una disgrazia.
È una colpa collettiva, stratificata, protetta, rimossa.

E fa rabbia, sì.
Fa rabbia perché non è la prima volta.
Fa rabbia perché non sarà l’ultima.

Alla faccia della democrazia.
Alla faccia della libertà.
Alla faccia di chi continua a dire che “non si poteva fare altrimenti”.

Si poteva.
Si sapeva.
Non si è voluto.


Per questo sono incavolato, sì. E non me ne vergogno.
Perché questa non è una tragedia inevitabile, ma una tragedia accettata. Tollerata. Normalizzata.

Mi fa rabbia un Paese che piange davanti alle macerie ma distoglie lo sguardo quando si costruiscono le condizioni perché quelle macerie esistano.
Mi fa rabbia sapere che domani, passato il clamore, tutto tornerà come prima. Stesse responsabilità diluite, stessi silenzi, stessi interessi protetti.

A Niscemi non è crollata solo la terra.
È crollata, ancora una volta, l’idea che lo Stato serva a prevenire e non solo a contare i danni.

E finché continueremo a chiamare “emergenza” ciò che è prevedibile,
finché a pagare saranno sempre le persone oneste e mai chi decide,
questa non sarà l’ultima Niscemi.

Scriverne non basta.
Ma tacere sarebbe peggio.

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