Una tragedia dimenticata riemerge dalle pagine della storia: oggi ricorrono 682 anni dal devastante maremoto che colpì il Golfo di Napoli nel 1343.
Le cronache del tempo narrano di un’onda anomala, uno tsunami, che si abbatté con violenza inaudita sulle coste, seminando distruzione e morte.
I porti di Napoli e Amalfi furono rasi al suolo, le navi inabissate, e la furia del mare non risparmiò vite umane.
Un testimone d’eccezione, il poeta Francesco Petrarca, all’epoca ambasciatore pontificio a Napoli, descrisse con vividi dettagli l’apocalisse marina nelle sue “Epistolae familiares”.
Il suo racconto, custodito nel convento di San Lorenzo Maggiore, è una finestra aperta su un dramma che segnò per sempre la regione.
Solo recentemente, uno studio del 2019 ha svelato le possibili cause di quel cataclisma: una colossale frana sottomarina, staccatasi dal vulcano di Stromboli.
Un evento di proporzioni titaniche, innescato forse da un’eruzione o da un sisma, che scatenò un’onda assassina verso le coste campane.
Stromboli, l’isola che diede origine allo tsunami, pagò un prezzo altissimo.
Gli insediamenti furono spazzati via, e l’isola rimase desolata per secoli, segnata da ulteriori catastrofi.
Oggi, a 682 anni di distanza, il ricordo di quel maremoto ci ammonisce sulla fragilità del nostro territorio e sulla potenza ineluttabile della natura.
