L’America non americana

Trump, l’identità perduta e l’autopsia morale firmata Maureen Dowd

Alla vigilia dei 250 anni degli Stati Uniti, una delle firme più affilate del New York Times racconta la trasformazione di una nazione che non si riconosce più nel proprio mito fondativo.

Ci sono frasi che non hanno bisogno di spiegazioni. Entrano, incidono, restano. Maureen Dowd, sul New York Times, ne consegna una che è già storia e ferita insieme:

«Trump ha reso l’America non americana».

È semplice. Ed è devastante.

Il faro che non illumina più

Il destino degli Stati Uniti non era soltanto essere la nazione più ricca o la più potente. Era altro. Era riflettere ideali. Essere un faro. Imperfetto, certo, ma riconoscibile. Una luce che indicava una direzione: la democrazia, la libertà, la dignità dell’individuo, la regola della legge — non dell’uomo — il patto sociale, la cura reciproca, il rispetto dei diritti.

Dowd sostiene che Trump quegli ideali li abbia polverizzati.

Oggi, dice, il mondo non guarda più l’America come un esempio. Vede qualcosa di sinistro. Di egoista. Di indisciplinato. Non una comunità politica, ma un branco. Cani affamati che si azzannano per un osso, mentre tutto intorno brucia. Un caos che non attrae: contagia.

Alla vigilia di un anniversario

Il dolore è amplificato dal calendario. Tra poco gli Stati Uniti dovrebbero celebrare i 250 anni dalla loro nascita. Un quarto di millennio. Un momento che avrebbe dovuto essere solenne, riflessivo, persino grato.

Invece, ci si avvicina con un presidente che — scrive Dowd — perverte i valori fondanti. Li prende, li svuota, li piega e li usa come armi. Non per unire, ma per dividere.

Non un leader, ma un bambino

Dowd prova a capire Trump. E lo definisce con un’immagine spiazzante: un bambino anarchico.

Non uno statista. Non un capo. Un bambino.

Qualcuno che vive di provocazioni, che trae piacere dal sovvertire, dal rompere le regole, dal distruggere ciò che c’era prima. Non per costruire qualcosa di migliore, ma perché in quel “prima” non c’era lui.

Non ama i discorsi al caminetto, quella ritualità pacata che serve a cucire una nazione. Lui non vuole cucire. Vuole appiccare incendi. Perché nelle fiamme si vede meglio. E nel caos, Trump è nel suo elemento.

La questione non è politica

Il punto, insiste Dowd, non è la politica. È l’identità.

Trump ha cambiato l’identità dell’America agli occhi del mondo e, forse peggio, agli occhi dell’America stessa. Ha preso il mito fondativo — la città sulla collina, la terra della seconda possibilità, il crogiolo di popoli — e lo ha trasformato in uno spettacolo da baraccone.

Dove l’unica regola è colpire il più debole.
Dove l’unico valore è vincere.
Dove l’unica verità è la sua.

Il risultato è una nazione che litiga sui social mentre brucia. Che ha dimenticato come ci si prende cura. Che ha smarrito il rispetto reciproco.

Un’autopsia, non una cura

Dowd non offre soluzioni. Non promette guarigioni. Fa un’autopsia.

Dice: guardate cosa è successo. Guardate cosa abbiamo perso.

E il dolore più grande non è che Trump sia ciò che è. Il dolore più grande è che così tanti americani lo abbiano scelto. E continuino a sceglierlo. Questo significa che il faro, forse, si era già spento da tempo nella coscienza di molti. Lui ha solo soffiato sulle ultime braci.

Celebrazione o funerale?

“L’America non americana” è un ossimoro che ha smesso di essere retorico. È diventato realtà.

Una terra senza bussola. Con un bambino anarchico alla guida. Che gioca con i fiammiferi in una stanza piena di polvere da sparo.

Il 250° anniversario si avvicina. Sarà una celebrazione o un funerale?

Dowd lascia la domanda sospesa. Nell’aria resta l’odore acre del fumo. E il sapore amaro di un ideale infranto.

Perché quando un faro si spegne, il buio non arriva tutto insieme. Arriva piano. E quando te ne accorgi, sei già in mare aperto.


Articolo a cura di Luigi DiGrazia

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