La Sbruffonata e il Conto: Trump, l’Ora di Fuoco e i Miliardi che Bruciano in Borsa
C’è una frase, in questo delirio di onnipotenza che Donald Trump ha riversato sui suoi social e nelle dichiarazioni alla stampa, che condensa tutto il cinismo e la spavalderia di chi pensa di avere il mondo in tasca.
“Avevamo programmato quattro settimane per eliminare la leadership iraniana e ci abbiamo messo un’ora.”
Un’ora.
Sessanta minuti per decapitare un regime, per uccidere la Guida suprema e i vertici militari, per cancellare con un colpo di spugna quello che l’Iran aveva costruito in quarant’anni di rivoluzione.
E poi, con la stessa nonchalance, il presidente americano aggiunge:
“Ho colto l’ultima e la migliore chance per attaccare Teheran.”
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Parole che hanno il sapore amaro della megalomania, ma anche la potenza brutale di chi sa di avere in mano la leva militare più potente del mondo.
Trump elenca gli obiettivi come se stesse leggendo una lista della spesa: distruggere le capacità missilistiche dell’Iran, annientare la loro marina, impedire al principale sponsor mondiale del terrorismo di ottenere un’arma nucleare.
Obiettivi che, sulla carta, molti considererebbero legittimi.
Ma il tono con cui vengono proclamati suona come qualcosa di diverso: una promessa di guerra lunga, una miccia accesa in una delle regioni più instabili del pianeta.
Il problema è che le guerre non si combattono solo con i missili.
Si combattono anche con i numeri.
E i numeri, in queste ore, stanno presentando il conto.
Le borse europee hanno aperto in forte ribasso: Milano ha perso il 4%, Francoforte il 3,5%, Parigi il 3,2%.
In Asia i listini hanno chiuso in rosso: Tokyo -2,8%, Shanghai -2,1%.
Il petrolio è volato verso i cento dollari al barile con un balzo del 12% in poche ore.
Il gas ha ricominciato a correre, riportando l’Europa all’incubo dell’inverno energetico che sembrava ormai alle spalle.
È il conto della guerra.
Un conto che arriva sempre.
Lo pagano i risparmiatori che vedono evaporare i loro investimenti.
Lo pagano le famiglie quando fanno il pieno alla macchina.
Lo pagano le imprese con bollette sempre più pesanti.
Lo pagano i governi rincorrendo inflazione e recessione.
E lo pagano, soprattutto, i soldati.
Quelli che nei trionfalismi dei leader compaiono raramente.
Quelli che nelle prime ore dell’operazione hanno già iniziato a morire.
Il paradosso è evidente.
Trump ha costruito la sua rielezione promettendo di tenere l’America fuori dalle guerre e riportare i soldati a casa.
E oggi, con la stessa disinvoltura, accende un conflitto che potrebbe durare anni e allargarsi a macchia d’olio.
Le borse continuano a bruciare miliardi.
Gli analisti già parlano di un rischio recessione se lo Stretto di Hormuz dovesse chiudersi o se il conflitto coinvolgesse altri paesi del Golfo.
Trump intanto twitta vittorie.
“Stiamo vincendo. L’America è più forte che mai.”
Ma le sue parole sembrano arrivare da un altro pianeta.
Il pianeta dei vincitori, dove le vittime sono numeri e i miliardi persi in borsa solo fluttuazioni temporanee.
Peccato che sulla Terra quei numeri siano persone.
E quei miliardi, prima o poi, qualcuno li paga davvero.
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Qui al bar
Qui al bar oggi non si parla d’altro.
C’è inquietudine.
Qualcuno scuote la testa davanti al giornale, qualcuno guarda il telegiornale senza dire niente.
Perché la guerra, anche quando sembra lontana, arriva sempre fino alle nostre tavole, alle nostre bollette, ai nostri figli.
E mentre il silenzio scende per qualche secondo tra i tavolini,Nonno Gigioappoggia piano la tazzina del caffè e dice:
“Le guerre cominciano sempre con qualcuno che si sente troppo forte…
e finiscono sempre con la gente normale che paga il conto.”
Poi sospira, guarda fuori dalla vetrina del bar e aggiunge piano:
“E il problema è che il conto arriva sempre. Sempre.”

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