La lotta al cambiamento climatico passa (anche) per i tribunali

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Greta Thunberg (Photo by Sarah Silbiger/Getty Images)

Il prossimo 14 dicembre, a Roma, si terrà la prima udienza di un processo unico nella storia del nostro Paese: lo Stato italiano si dovrà difendere dall’accusa di inadempienza climatica promossa da Giudizio Universale, una campagna che ha raccolto le firme di 203 ricorrenti (tra cui 17 minori) e 24 diverse associazioni della campagna, nonché il sostegno di 100 diverse organizzazioni. L’Italia – si legge nell’atto – è uno dei paesi più vulnerabili alle ricadute della crisi climatica, lo Stato italiano ne è al corrente, eppure non ha ancora adottato le misure necessarie a garantire una vita sicura e stabile ai propri cittadini.

Se qualcuno sta leggendo questa notizia con incredulità, è perfettamente normale. Solo trent’anni fa, se un gruppo di cittadini avesse annunciato di voler fare causa al proprio governo per inazione climatica, sarebbe stato accolto con un’alzata di spalle e qualche parola di scherno, nel migliore dei casi. Se poi gli attivisti in questione avessero avuto meno di 18 anni, al pacchetto si sarebbe aggiunta una strizzata di guancia e un discorso paternalista su come certe problematiche siano molto più complesse di quanto sembri. Oggi però, un gruppo simile non solo può ottenere che un processo venga effettivamente aperto, potrebbe anche arrivare a vincerlo.

La crescita esponenziale delle sentenze climatiche

Quella di Giudizio Universale non è la prima causa climatica a raggiungere un tribunale, le cosiddette “climate litigation” esistono almeno dagli anni ’80, ma è solo negli ultimi anni che l’arma giudiziaria è stata imbracciata trasversalmente dall’attivismo climatico, ed è solo negli ultimi anni che ha raccolto risultati importanti. Basti pensare al 26 maggio 2021, data che oggi viene ricordata come “il mercoledì nero delle compagnie petrolifere”, quando una corte olandese de L’Aia emise una sentenza che condannava la compagnia petrolifera Royal Dutch Shell a ridurre del 45% (rispetto ai valori del 2019) le emissioni derivanti dalle proprie attività entro il 2030. Un traguardo epocale: per la prima volta un tribunale condannava un grande emettitore a rispettare gli Accordi di Parigi.

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Stando all’ultimo rapporto Global Trends in Climate Litigation, dagli anni ‘80 a oggi sono state intentate circa 1800 cause climatiche, di cui 1000 solo negli ultimi sei anni. Come mai una simile impennata? Uno dei fattori più decisivi è stato l’Accordo di Parigi, siglato alla COP21 del 2015, che finalmente imponeva obbiettivi vincolanti ai firmatari. Che questo potesse essere sfruttato a livello giudiziario divenne chiaro pochi mesi dopo la firma, quando un’altra corte olandese si espresse positivamente su una causa presentata dalla fondazione Urgenda, rappresentata da 900 persone che chiedevano al governo di prendere misure per ridurre le emissioni serra di almeno il 25% rispetto ai valori del 1990 entro il 2020. Il caso finì in corte d’appello e davanti alla Corte Suprema, ma entrambe emisero un verdetto analogo. Nei successivi 5 anni, i Paesi Bassi arrivarono a ridurre del 24% le emissioni, mancando di poco il traguardo imposto. Urgenda ora sta valutando di riportare il governo in tribunale per danni.

La causa di Urgenda era stata intentata prima della COP21 e faceva dunque riferimento al Protocollo di Kyoto, ma l’esito positivo così a ridosso dell’Accordo venne da molti preso come un segnale incoraggiante. Da allora il numero di cause climatiche è decollato. Facciamo qualche esempio. Nel 2017 l’associazione Friends of the Irish Environment ha fatto causa allo stato irlandese, reo di aver adottato un piano di riduzione delle emissioni “eccessivamente vago”; nel 2020 la Corte Suprema Irlandese si è espressa a favore dei ricorrenti costringendo lo Stato a introdurre una nuova legge climatica, nel luglio del 2021, che obbliga l’Irlanda a ridurre le emissioni del 51% entro il 2030. Ancora più interessante è la causa presentata da un gruppo di giovani attivisti tedeschi nel febbraio del 2020, in cui accusavano il governo di aver promulgato una Legge federale sulla protezione del clima poco ambiziosa. Nell’aprile del 2021 la Corte Federale ha giudicato la legge parzialmente incostituzionale, e il governo è stato costretto a alzare l’asticella delle riduzioni e a stabilire una roadmap più chiara: dovrà ridurre del 65% le emissioni entro il 2030, dell’80% entro il 2040, fino a raggiungere la neutralità carbonica nel 2045. Al di là dei numeri, il messaggio è chiaro: ai governi non è consentito di lasciare alle generazioni a venire il compito di risolvere problemi su cui loro non sono intervenuti.

Come dicevamo, però, l’accordo di Parigi non è l’unico fattore in gioco. Se negli ultimi anni la quantità di sentenze climatiche sta aumentando è anche per via della mole crescente di studi scientifici che attestano in modo sempre più ineludibile le responsabilità umane nell’aumento dei gas serra e di conseguenza nelle ricadute del riscaldamento globale. Per questo c’è grande attesa per la seconda e terza parte del VI rapporto di valutazione dell’IPCC, un foro scientifico internazionale che riunisce le conclusioni di centinaia di scienziati da ogni parte del mondo. Ed è per questo che – come rivelato dalla rivista Unearthed lo scorso 21 ottobre – alcune lobby dei combustibili fossili e dell’industria della carne stanno facendo pressioni per “alleggerire” le conclusioni della terza parte del rapporto, che verrà pubblicata a marzo 2022, e indicherà le misure da adottare per arginare la crisi climatica.

Il punto è che più aumentano le prove dell’origine umana della crisi climatica, più diventa facile individuarne i responsabili, e più diventa facile portarli in tribunale. Ma come vedremo, ottenere giustizia climatica a furia di carte bollate è meno facile di quanto potrebbe sembrare.

Il Giudizio Universale italiano

A proposito di dati scientifici. Se da un lato è sempre più facile dimostrare il ruolo delle attività umane nel riscaldamento globale, più difficile è individuare responsabilità specifiche a livello locale. Nel preparare la causa allo Stato italiano, gli esperti giuridici di Giudizio Universale si sono scontrati precisamente con questo problema. “Abbiamo scontato alcune difficoltà per la mancanza di dati climatici nazionali utili a istruire la causa” mi dice Marica Di Pierri, portavoce di A Sud, l’associazione che è prima firmataria dell’azione legale e che ha lanciato e coordina la campagna “L’Italia, ad esempio, non ha mai fatto un calcolo del proprio carbon budget, quindi abbiamo scelto di rivolgerci a un centro studi internazionale della massima autorevolezza per ottenere i dati che ci servivano”.

I ricorrenti hanno dunque contattato Climate Analytics, un’organizzazione indipendente che coinvolge anche scienziati dell’IPCC, che ha stilato per loro due rapporti ad hoc. Lo scenario che emerge da questi due documenti è emergenziale sotto diversi punti di vista, non ultimo il peso crescente dei fenomeni meteorologici estremi, tanto che già oggi il nostro Paese è al 22° posto per vulnerabilità climatica e al 6° per numero di morti a causa di eventi climatici violenti. Sulla base di questi dati, lo scorso giugno Giudizio Universale ha depositato una causa in cui chiede allo Stato italiano di ridurre del 92% le emissioni di gas serra entro il 2030.

“Si tratta di una percentuale calcolata anche sulla base delle responsabilità storiche – ovvero di quante emissioni il nostro paese ha già rilasciato in atmosfera – nonché delle capacità finanziarie e tecnologiche attuali – spiega Di Pierri -. Rispetto agli sforzi attuali si tratterebbe di triplicare gli impegni nazionali di riduzione”. L’azione legale chiede al giudice di dichiarare che lo Stato italiano è “responsabile di inadempienza nel contrasto all’emergenza climatica”, indicando una percentuale di riferimento ambiziosa che però lascia al giudice la facoltà di determinare quale sia la percentuale adeguata. “Le istituzioni italiane sanno quanto sia grave la situazione – continua Di Pierri – conoscono la portata dell’emergenza climatica, e sanno che sono vincolati ad agire dall’Accordo di Parigi, oltre che dalla legislazione comunitaria, dalla Costituzione e dal Codice civile, eppure ciò che fanno è ampiamente insufficiente”.

Una questione di diritti umani

È presto per prevedere se il percorso legale intrapreso da Giudizio Universale raggiungerà i traguardi sperati, nel frattempo A Sud e le altre associazioni hanno lanciato una petizione per chiedere allo Stato di cambiare rotta fin da subito. In un certo senso, però, una vittoria la campagna italiana l’ha già ottenuta: spostare il baricentro della discussione sul piano dei diritti umani. La causa italiana appartiene al novero delle cosiddette “strategic litigation”, ossia quelle cause il cui obiettivo va al di là dell’interesse dei singoli firmatari, e consiste piuttosto nello spronare a un’azione climatica effettiva, creare consapevolezza pubblica e cambiare il comportamento dei governi e degli attori privati. Negli anni a venire il numero e la varietà di queste cause è destinato ad aumentare, estendendosi a questioni come il ruolo della finanza nel cambiamento climatico, le operazioni di “greenwashing” attuate dalle aziende per rifarsi un’immagine pubblica, la responsabilità di stati e governi nella tutela delle aree naturali a rischio.

Perché questa strada risulti sempre più percorribile è necessario accumulare evidenze scientifiche ancor più specifiche, e siglare accordi più ambiziosi e vincolanti, ragion per cui A Sud e le altre associazioni in questi giorni seguono in modo attivo quanto sta succedendo a Glasgow. Ma c’è anche bisogno di passi avanti su fronte giuridico. Basti pensare che ad oggi ancora non esista uno strumento giuridico che imponga ai soggetti privati il rispetto di obbligazioni climatiche vincolanti.

Anche su questo fronte, però, si stanno registrando progressi incoraggianti. Lo scorso 8 ottobre, il Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite ha stabilito come diritto umano fondamentale l’accesso a un ambiente sicuro, pulito e sostenibile. E sebbene non si tratti di un riconoscimento vincolante, può comunque essere chiamato in causa nelle climate litigation. Il prossimo passo, su cui molti (tra cui alcune associazioni che partecipano a Giudizio Universale) stanno insistendo è riconoscere come diritto umano inviolabile anche il diritto al clima sicuro e stabile, oltre che introdurre il reato di “ecocidio” (ossia la degradazione e distruzione di ecosistemi) tra i crimini riconosciuti dal diritto internazionale.

Nel frattempo, le cause strategiche portate a termine stanno già funzionando da cassa di risonanza globale, rendendo più facile (e immaginabile) quel cambio di paradigma fondamentale per passare da un sistema basato sul consumo e sul profitto, a un sistema più ecoresponsabile. In questo senso la condanna di Shell a L’Aia è particolarmente importante: oltre a imporre limiti alle attività estrattive di Shell, estende il campo alle emissioni derivanti dalla catena di valore dell’azienda, e dunque anche quelle derivanti dai consumatori a cui l’azienda vende il suo carburante. Con la sua sentenza, di fatto, il tribunale olandese ha reso noto a un’azienda che non può più addossare la colpa delle proprie emissioni ai singoli consumatori.

Forse non sarà l’inizio di una rivoluzione, ma è un passo enorme nella giusta direzione.

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Fabio Deotto è scrittore e giornalista. Laureato in biotecnologie, scrive articoli e approfondimenti per riviste nazionali e internazionali, concentrandosi in particolare sull’intersezione tra scienza e cultura. Ha pubblicato i romanzi Condominio R39 (Einaudi, 2014), Un attimo prima (Einaudi, 2017) e il saggio-reportage sul cambiamento climatico

“L’altro mondo”

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