«La guerra durerà poco», dicevano

Racconti di mia nonna sotto al focolare quando ero bambino

Una voce dal Novecento che parla ancora al presente.


Introduzione

Quello che segue non è un saggio di storia. È un racconto.

Me lo ha lasciato mia nonna, che di guerre ne ha viste due cominciare. Non sui libri. In piazza. In mezzo alla gente.

C’era quando l’Italia entrò nella Prima guerra mondiale, nel 1915. E c’era anche venticinque anni dopo, nel 1940, quando Mussolini annunciò dal balcone l’entrata nella Seconda.

Mi raccontava sempre una cosa: il rumore della piazza.


«Nel 1915 sembrava una festa»

«Quando arrivò la notizia della guerra contro gli austriaci», mi diceva, «la gente era contenta davvero. Non per finta».

L’entusiasmo non durò un’ora o un pomeriggio. Durò giorni.

C’erano manifestazioni spontanee, bandiere, discorsi improvvisati. La stampa aveva spinto forte, gli interventisti erano ovunque. Si diceva che fosse una guerra giusta, necessaria, quasi inevitabile.

«Tutti pensavano che sarebbe finita presto», raccontava. «Qualche mese, e poi a casa».

Nessuno immaginava le trincee, il fango, gli anni.


«I ragazzi non tornarono più»

La guerra, invece, durò.

Durò così tanto che l’entusiasmo si consumò prima ancora dei soldati. I giovani partirono convinti di fare il loro dovere e molti non tornarono.

«Il prezzo fu spaventoso», diceva mia nonna. «E lo capimmo troppo tardi».

La guerra non era stata breve. Non era stata gloriosa. Era stata lunga e cattiva.


«Nel 1940 ci fu un boato. Poi silenzio»

Venticinque anni dopo, un’altra piazza. Un altro annuncio.

Quando Mussolini dichiarò guerra, raccontava, ci fu un boato. Sì. Ma durò un attimo.

«Finì subito», mi diceva. «Niente feste, niente cortei. Solo quel rumore e poi basta».

La differenza era evidente: nel 1915 la guerra sembrava venire dal basso. Nel 1940 arrivava dall’alto.

Gli italiani ascoltarono. E seguirono a testa bassa.


Anche Mussolini sbagliò i conti.

Pensava che la guerra sarebbe durata poco. I tedeschi vincevano ovunque. Credeva di potersi sedere al tavolo dei vincitori «con qualche migliaio di morti».

La realtà fu un’altra.

La disfatta arrivò, ed ebbe proporzioni enormi. Per lui e per l’Italia.

«E dopo», diceva mia nonna con amarezza, «non c’era più un fascista in giro».


«Un popolo strano»

C’era una frase che citava spesso:

“Strano popolo gli italiani. In guerra erano quarantacinque milioni di fascisti. Dopo, quarantacinque milioni di antifascisti.”
— Winston Churchill

Una frase cattiva. Ma non del tutto sbagliata.


Le risonanze di oggi

Quando oggi sentiamo parlare di guerre che “dureranno poco”, di conflitti “necessari”, di sacrifici “limitati”, il racconto di mia nonna torna a bussare.

Anche in Ucraina, come allora, la guerra doveva essere breve. Decisiva. Risolutiva.

È diventata lunga. Sangue, dolore, anni di morti che nessuno aveva davvero messo in conto all’inizio.


Conclusione

La guerra comincia sempre con parole forti e pensieri semplici. Finisce con conti che non tornano mai.

Mia nonna Emilia questo lo aveva capito senza leggere analisi geopolitiche.

Le bastava ricordare il rumore delle piazze.

Prima l’urlo. Poi il silenzio.

E in mezzo, anni di dolore.

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