Italiani popolo di emigranti
Quando lo specchio del tempo ci mostra chi eravamo: da “emigranti indesiderati” a giudici del presente
Sapete, quando mi siedo al bar di Grazia e appoggio la mia tazza di caffè sul tavolino, mi piace osservare la gente che entra ed esce. Ascolto le chiacchiere, i commenti sui giornali aperti sui banchi, le proteste per il traffico o per il lavoro che manca. Ma negli ultimi tempi, c’è un argomento che torna sempre a galla con una forza rabbiosa: l’immigrazione.
Sento spesso frasi dette d’un fiato, senza pensarci troppo:“Vengono qui a rubare il lavoro”,“Non vogliono integrarsi”,“Portano solo criminalità e vivono chiusi tra di loro”,“Accettano paghe da fame e rovinano il mercato”.
Quando le sento, tolgo gli occhiali da vista, li appoggio sul tavolo e “misuro” l’argomento con la solita livella mentale. C’è una crepa profonda nella nostra memoria collettiva. Perché se prendiamo le perizie della storia — quelle scritte nero su bianco nei registri del Novecento — e le sovrapponiamo a quello che diciamo oggi, scopriamo una verità che fa quasi male per quanto è precisa.
Prendete il secondo dopoguerra. Negli anni ’50 e ’60 centinaia di migliaia di nostri connazionali salirono su navi e treni diretti negli Stati Uniti o nel Nord Europa. Erano i nostri padri, i nostri zii, i nostri nonni. E come venivano accolti?
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Guardiamo i fatti senza edulcorarli: per gli americani dell’epoca, gli italiani erano l’incarnazione di tutto ciò che era indesiderabile.
- La colpa geopolitica e l’ostilità:L’Italia era stata da poco la nazione nemica, alleata dell’Asse. Chi arrivava non veniva visto come una vittima da aiutare, ma come l’ex nemico sconfitto che andava a chiedere pane a casa dei vincitori.
- La guerra tra poveri ed il costo del lavoro:Arrivavano contadini per lo più analfabeti, disposti a spaccarsi la schiena per salari ridicoli pur di sopravvivere. Risultato? La classe operaia americana li odiava a morte perché vedeva in loro una minaccia al proprio stipendio. Vi ricorda qualcosa?
- Lo stigma della criminalità:Con le udienze Kefauver nei primi anni ’50 e poi le rivelazioni su Cosa Nostra negli anni ’60, la televisione portò nelle case americane l’equazione perfetta:Italiano = Mafioso. Non importava se lavoravi 14 ore al giorno in cantiere; eri comunque bollato come violento, criminale ed estorsore. Si negavano gli affitti e i prestiti solo per il cognome che portavi.
- L’accusa di mancata integrazione:Venivamo accusati di chiuderci in quartieri ghetto (le varieLittle Italy), di parlare solo dialetto, di praticare religioni in modo fanatico e superstitioso e di rifiutare i valori della società ospitante. Erano considerati un popolo di disperati incapaci di adattarsi alle nuove regole.
Ecco. Ora prendete questo quadro, pulitelo dal grasso del tempo e mettetelo accanto alle notizie di oggi.
Cosa diciamo degli immigrati che arrivano sui nostri balconi o nei nostri quartieri? Le medesime identiche cose. Usiamo lo stesso vocabolario di sospetto, lo stesso disprezzo per la povertà, la stessa paura verso chi parla una lingua diversa o professa una fede differente. Li accusiamo di non integrarsi, dimenticando che l’integrazione richiede due cose: la volontà di chi arriva, ma anche la porta aperta da parte di chi ospita.
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Da geometra ed ex CTU, vi dico che le fondamenta di una società civile non si costruiscono sulla memoria corta. La legge è come una livella: non serve a fare tutti uguali, ma a evitare che le strutture vadano storte. E una società che dimentica da dove viene è una struttura palesemente fuori bolla, destinata a scricchiolare sotto il peso dell’ipocrisia.
Non si tratta di essere ingenui né di negare le complessità della gestione dei flussi migratori o della sicurezza. Si tratta di avere l’onestà intellettuale di smontare il problema con pazienza, pezzo per pezzo, come si fa con un motore ingolfato, invece di tirare martellate d’odio.
Ieri eravamo noi quelli “analfabeti, sporchi e pericolosi” dall’altra parte dell’oceano. Oggi siamo noi dall’altra parte della cassa del bar. Cambiano i volti, cambiano i dialetti e le provenienze, ma il copione della paura resta ridicolmente il medesimo.
Forse, prima di giudicare chi sbarca oggi in cerca di fortuna, dovremmo ricordarci di quando eravamo noi a guardare la statua della Libertà con la valigia di cartone legata con lo spago.
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Chiosa finale:
«Il tempo è un meccanismo strano: gira su se stesso come un ingranaggio. Se oggi sputi verso l’alto pensando di essere sul gradino più alto, ricordati che la ruota gira sempre. E a stare dalla parte di chi chiede rispetto ci vuole un attimo.»
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