Italiani d’America e l’ipocrisia del presente

Migranti, colpevoli ideali e giustizia selettiva: gli italiani d’America e l’ipocrisia del presente

La storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti viene spesso raccontata come una favola a lieto fine. Ma sotto la superficie del “sogno americano” si nasconde una verità più scomoda: gli italiani furono a lungo trattati come un problema di ordine pubblico, prima ancora che come lavoratori o cittadini.

Non fu un incidente. Fu una scelta politica e culturale.

Italiani: razzializzati prima che integrati

Tra il 1880 e il 1924 oltre 4 milioni di italiani arrivarono negli Stati Uniti (U.S. Immigration Commission, Dillingham Report, 1911).
Quel rapporto ufficiale — commissionato dal Congresso — classificava esplicitamente gli italiani del Sud come:

  • “racially inferior”
  • inclini alla violenza
  • culturalmente inadatti alla democrazia americana

Non era propaganda marginale: era dottrina istituzionale.

Gli italiani non erano considerati pienamente bianchi. Lo dimostrano:

  • sentenze giudiziarie
  • studi antropometrici
  • pratiche di segregazione abitativa e lavorativa

La giustizia partiva già orientata.

Giustizia americana, giustizia etnica

Il caso simbolo resta il linciaggio di New Orleans del 1891.
Undici italiani, precedentemente assolti o in attesa di nuovo processo per l’omicidio del capo della polizia David Hennessy, furono uccisi da una folla di migliaia di persone. Nessun colpevole fu mai condannato.

A fine ‘800 New Orleans era la città con il maggior numero di popolazione di provenienza straniera negli Stati Uniti. La presenza degli italiani era significativa: circa 30mila persone, oltre il 10% degli abitanti, non particolarmente integrate con la comunità locale.

Il sindaco di allora, Joseph Shakespeare, sosteneva che gli italiani fossero quanto di peggio potesse circolare per le strade. Li definì così: “La peggiore specie di europei, gli individui più abietti, più pigri, più depravati, più violenti e più indegni che esistono al mondo”.

L’emigrazione dal nostro Paese verso gli Stati Uniti continuò per molto tempo. Tra il 1884 e il 1924 arrivarono in città quasi 300mila migranti. Si concentravano soprattutto in una zona, il Lower French Quarter, ribattezzata Little Palermo, dato che gran parte di chi si stabiliva nel quartiere arrivava dalla rotta navale Palermo-New Orleans.

Il 14 marzo 1891 successe un avvenimento che passò ancora oggi viene considerato uno dei più gravi linciaggi della storia americana. Quel giorno, una quantità enorme di gente si riversò su Canal Street, erano circa tremila persone, furiose per una sentenza che aveva giudicato non colpevoli 19 italiani, arrestati per l’omicidio del capo della polizia, David Hennessy. Undici degli imputati, nonostante l’assoluzione, furono trattenuti in prigione.

La folla, armata di fucili e bastoni, assaltò la prigione, uccidendo nove degli undici imputati assolti, impiccandone alcuni e sparando colpi di fucile contro gli altri.

Il «New York Times» festeggiò la notizia scrivendo: “Vendicato il capo Hennessy. Undici dei suoi assassini italiani linciati dalla folla”. E il futuro presidente degli Stati Uniti Teddy Roosevelt definì il linciaggio “una cosa piuttosto buona”.

Guido Brera ci ha raccontato questa storia nella puntata 28 di Black Box, “Quando i migranti eravamo noi italiani”.

Il presidente Benjamin Harrison parlò di “incidente deplorevole”.
L’Italia richiamò l’ambasciatore.
Gli Stati Uniti pagarono un indennizzo.
La giustizia, invece, non arrivò mai.

Secondo lo storico Richard Gambino (Vendetta: The True Story of the Largest Lynching in U.S. History), quello di New Orleans non fu un episodio isolato ma l’apice di una violenza tollerata, spesso giustificata dal sospetto di “mafia”.

Mafia: realtà minoritaria, colpa collettiva

La mafia esisteva, sì.
Ma la sua funzione storica negli USA fu sistematicamente ingigantita.

La cosiddetta Mano Nera — spesso evocata dalla stampa — non era un’organizzazione unitaria, ma una serie di estorsioni locali, talvolta persino imitate da criminali non italiani.
Lo stesso FBI, in documenti successivi (rapporto Kefauver Committee, 1951), riconobbe che per decenni la minaccia mafiosa era stata confusa, stereotipata e strumentalizzata.

Eppure:

  • bastava un cognome italiano
  • bastava vivere in Little Italy
  • bastava non parlare inglese

per essere considerati sospetti.

La mafia divenne l’alibi morale per criminalizzare una comunità intera.

Dal pregiudizio alla legge: quando lo Stato decide chi è pericoloso

Le leggi migratorie non furono neutrali.
Il Immigration Act del 1924 (Johnson-Reed Act) impose quote che colpirono duramente l’immigrazione dall’Italia e dall’Europa meridionale, in nome della “difesa della composizione etnica americana”.

Era eugenetica mascherata da diritto.

Gli italiani, come oggi altri migranti, non venivano giudicati per ciò che facevano, ma per ciò che erano ritenuti essere.

Il presente che rimuove il passato

Ed eccoci al nodo politico.

Molti italo-americani oggi perfettamente integrati, spesso discendenti diretti di quelle vittime di discriminazione, sono diventati sostenitori attivi delle politiche trumpiane sull’immigrazione.
Retorica del confine, “law and order”, tolleranza zero.

Alcuni sono diventati persino volti pubblici dell’apparato repressivo, come ex dirigenti dell’ICE — Bovino incluso — trasformati in testimonial di un’idea di giustizia che distingue tra migranti “giusti” e migranti “da respingere”.

È un cortocircuito storico feroce:

figli di criminalizzati che oggi invocano la criminalizzazione.

La stessa logica:

  • allora: italiano = mafioso
  • oggi: migrante = delinquente

Cambia il bersaglio, non il meccanismo.

Una giustizia che non impara

La storia degli italiani in America dimostra che la giustizia non è mai neutra se la politica le indica un nemico.
Ieri erano gli italiani.
Oggi sono altri.
Domani potrebbe toccare ancora a chi oggi applaude.

Ricordarlo non è esercizio di memoria.
È un atto politico.

Perché ogni volta che uno Stato usa il diritto per selezionare chi merita diritti, la giustizia smette di essere tale e diventa amministrazione della paura.

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