Il Sud che non fa notizia


Quando la speranza nasce dove lo Stato non guarda

No, non lo vedrete al telegiornale.
Non finirà in prima pagina sui giornaloni.
Non diventerà un caso mediatico con collegamenti in diretta e grafiche animate.

Perché il Sud non si può raccontare così.

Non si può raccontare mostrando giovani che si rimboccano le maniche senza aspettare nessuno. Giovani che non chiedono permessi, né elemosine, né conferenze stampa. Giovani che hanno capito una cosa semplice e durissima: per lo Stato, spesso, non esistono.

E allora fanno da soli.

Il Sud, quello vero, non si deve raccontare così, perché incrina una narrazione comoda e tossica: quella secondo cui ai meridionali “non spetta nulla”, e se qualcosa arriva è già un favore. Una narrazione che educa alla minorità, che normalizza l’idea di non meritare diritti ma solo concessioni.

E infatti tanti ci cascano.
Tanti. Troppi.

Ci cascano i politicanti di quartiere, pronti a fare la fila per un incontro, una foto, uno stanziamento da rivendere come miracolo personale. Già schierati a chiedere l’elemosina al potente di turno – oggi Musumeci, domani qualcun altro – e a vantarsi di qualche spicciolo come fosse riscatto storico.

Ci cascano anche pezzi dell’opinione pubblica “consapevole”.
Ci cascano certi ambientalisti che tuonano, spesso giustamente, contro l’abusivismo, ma poi finiscono per mettere tutto nello stesso sacco.

Come se fossero abusive anche le strade crollate.

Come se fossero abusive le ferrovie che cadono a pezzi.

O peggio: le ferrovie che non esistono proprio.

Come se l’assenza di infrastrutture fosse una colpa di chi le subisce.

È una pedagogia devastante: insegnare che il degrado è una responsabilità individuale, non una scelta politica. Che l’abbandono è destino. Che lamentarsi è piangersi addosso. Che arrangiarsi è l’unica via possibile.

Eppure, in mezzo alle macerie – reali, non metaforiche – succede qualcosa che non rientra nello schema.

Non ci saranno IBAN per le donazioni.
Non ci saranno maratone televisive.
Non ci saranno dirette fiume con il tono grave e le solite domande rituali.

Restano le macerie.
E tra le macerie, come germogli dopo una tempesta, i sorrisi di questi ragazzi.

Ragazzi che non hanno ascoltato le raccomandazioni stanche dei vecchi boomer: “non serve a niente”, “tanto non cambia nulla”, “pensa a salvarti da solo”. Ragazzi che fanno l’unica cosa davvero sovversiva in questo Paese: dare il buon esempio.

Non eroi.
Non santi.
Cittadini.

Ed è forse proprio questo il problema: mostrano che il Sud non è solo emergenza, lamento o folklore. È anche competenza, solidarietà, dignità. È capacità di prendersi cura dei luoghi senza aspettare l’autorizzazione di nessuno.

Raccontarlo significherebbe ammettere che il fallimento non è culturale, ma istituzionale.
Che il problema non è “il Sud”, ma come lo Stato ha scelto di guardarlo.

Meglio allora il silenzio.
Meglio voltarsi dall’altra parte.

Ma a noi no. A noi tocca il compito opposto: raccontarlo, questo Sud che non fa notizia. Ringraziare questi ragazzi. E ricordare, ogni volta che qualcuno ci dirà che “non si può fare”, che loro lo stanno già facendo.


Testo ispirato a un intervento di Giambattista Pisasale su facebook

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