Il Putridarium: la realtà che non si può truccare

Nel castello più bello d’Italia, le monache sedevano coi loro morti ogni giorno.
Non in senso figurato. Proprio fisicamente. Ogni mattina, scendevano sottoterra e ci pregavano accanto.
Il Castello Aragonese di Ischia è una fortezza vulcanica che sorge su uno scoglio nel golfo di Napoli. Per secoli ha ospitato fino a 2.000 persone — una città intera sopra il mare. Chiese, palazzi, botteghe. E un convento di monache Clarisse, attivo dal 1575.
Dentro quel convento c’era una stanza che la maggior parte dei visitatori ancora oggi fatica a guardare più di qualche secondo.
Si chiama putridarium. In italiano, scolatoio.
Quando una monaca moriva, il corpo non veniva seppellito. Veniva lavato, preparato, e poi seduto — letteralmente seduto — su una sedia di muratura con un foro al centro. Le mani, i piedi e il collo venivano forati con un punteruolo: le cosiddette schiattature, per favorire lo sgrondo dei liquidi. Sotto ogni seduta, un vaso di terracotta raccoglieva quello che usciva durante la decomposizione.
E così il corpo restava lì. Per 12, 18 mesi.
Aspetta: le consorelle non evitavano quella stanza. Ci entravano ogni giorno. Era obbligatorio. Pregare accanto ai cadaveri in decomposizione era parte della regola conventuale — una meditazione continua sulla morte propria, su quello che sarebbe successo anche a loro.
L’aria era quella che era. Le condizioni igieniche, inesistenti nel senso moderno. Molte monache si ammalavano. Alcune morivano prima del tempo. E finivano sugli stessi scolatoi delle compagne.
Spoiler: nel 1779, gli ispettori del Supremo Magistrato di Salute di Napoli bollarono pratiche simili come una «barbara maniera di seppellire li cadaveri». Ma a Ischia il putridarium continuò a funzionare indisturbato per altri 22 anni.
Fu soppresso solo nel 1801, quando Gioacchino Murat — cognato di Napoleone e re di Napoli — chiuse il convento per decreto.
Le ossa, una volta pulite, finivano in un ossario separato. I vasi di terracotta sono ancora lì. Le sedie di muratura con il foro sono ancora lì. Il Castello Aragonese di Ischia è visitabile, e il putridarium è aperto al pubblico.
226 anni di morti seduti in quella stanza. E le vive che ogni mattina scendevano a fare compagnia.

Mentre nei palazzi del potere si cerca di nascondere la verità dietro i sorrisi dei commessi o i pareri non vincolanti, nelputridariumdi Ischia la realtà veniva esposta nella sua forma più brutale.

  • Nessun filtro, nessuna agenda nascosta:Quando una monaca moriva, il suo corpo veniva seduto su quel sedile in muratura. Non c’era un ufficio stampa a indorare la pillola o a parlare di “incontro privato di cortesia”. C’era un corpo che si decomponeva sotto gli occhi di tutti, gocciolando nei vasi di terracotta.
  • La meditazione obbligatoria:Le consorelle vive avevano l’obbligo di scendere lì sotto ogni giorno. Non per fare finta di niente, ma per guardare in faccia quello che sarebbero diventate:“Memento homo, quia pulvis es…”(Ricordati uomo, che polvere sei…). Era un bagno di realtà così violento da risultare insalubre, tanto che molte si ammalavano a causa dei batteri e morivano prima del tempo.

Due modi di guardare il “limite”

C’è una lezione profonda in questo accostamento di storie. La politica di oggi cerca continuamente di allargare i confini della convenienza, infilando parenti e amici ovunque lo spazio non sia difeso da un regolamento ferreo. Si muove nell’opacità, spegne i telefoni e spera che la memoria della gente svanisca in fretta.

Le monache Clarisse facevano l’esatto contrario. Provenivano quasi tutte da famiglie nobili, costrette a prendere i voti giovanissime per non frammentare i patrimoni di famiglia (un altro tipo di familismo, se vogliamo).Eppure, una volta dentro, non cercavano scappatoie. Ilputridariumera il loro modo di demolire ogni illusione di potere, di nobiltà e di furbizia terrena.Davanti a quello scolatoio, ogni privilegio dinastico si azzerava.

La lezione che unisce queste storie è semplice: quando cerchi di aggirare la realtà dei fatti — che si tratti di competenze giuridiche scritte nei regolamenti o della natura corruttibile dell’uomo — prima o poi la realtà ti presenta il conto.

Ci sono voluti gli ispettori della Sanità nel 1779 e il decreto di Gioacchino Murat nel 1810 per chiudere quella stanza di Ischia, perché le monache, nella loroお rigorosa penitenza, accettavano quel prezzo pur di non perdere il senso del loro limite.La politica di oggi, invece, il senso del limite sembra averlo smarrito, e ha bisogno che qualcuno — come i giudici contabili — tiri la riga e dica: “Qui non si passa”.

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Per comprendere a fondo l’atmosfera opprimente e il significato spirituale di questo luogo misterioso, vi invito a guardare questo approfondimento video sulPutridarium delle Clarisse a Ischia, che mostra i sedili in muratura rimasti intatti nel castello.

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