Il lampeggiatore seriale e la sindrome del “devo passare io”
C’è una liturgia tutta italiana che si consuma ogni mattina sulle tangenziali: tre corsie, traffico intenso ma educato, ognuno al suo posto come in una coreografia non scritta. A destra i camion e chi deve uscire, al centro i regolari, a sinistra quelli che sorpassano con giudizio, occhio al contachilometri e rispetto dei limiti. Un piccolo miracolo di convivenza civile, direbbe qualcuno.
E poi arriva lui.

Il fenomeno. Il cavaliere dell’apocalisse su quattro ruote. Quello con la Supercar lucida come uno specchio e il cervello appannato come un parabrezza d’inverno. Si piazza a dieci centimetri dal tuo paraurti e inizia il concerto: lampeggio, lampeggio, lampeggio. Una discoteca. Mancano solo le cubiste.
E tu pensi: “Ma questo davvero crede che io possa evaporare? Smaterializzarmi? Infilarmi tra due auto come una sogliola nel burro?”
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Perché la realtà, caro mio pilota della domenica, è semplice: davanti a me c’è una fila. A destra c’è un’altra fila. Io non sono Mosè e questa non è il Mar Rosso. Non si apre nulla. Se mi sposto a caso faccio un incidente, creo un effetto domino, blocco mezza tangenziale e magari qualcuno si fa pure male. Ma tu niente, lampeggi. Perché nella tua testa c’è una sola legge: la tua fretta.

E qui viene il dubbio, o qualcosa che nessuno si augura, quello serio, il lampeggiatore seriale mentre sorpassava a destra per accorciare la strada si è infilato sotto un autobotte che trasporta il calcestruzzo nella corsia centrale …..si stava accorciando la vita……
Ma questi campioni del mondo del nulla… non hanno mai beccato una pattuglia? Non hanno mai fatto gli stessi lampeggi a un’auto civetta? Non si sono mai ritrovati fermi, lato strada, con il blocchetto delle multe che scorre più veloce della loro macchina? Ore buttate tra controlli, spiegazioni inutili, facce scure e magari – senza saperlo – pure una lezione che gli ha salvato la pelle.

Perché il punto è proprio questo: non è solo questione di educazione, è questione di sopravvivenza. La strada non è un videogioco, non c’è il “restart” quando sbagli.
E allora, caro amico col piede pesante e il dito facile sul lampeggiante, ti lascio con una riflessione da bar, di quelle che si dicono tra un caffè e un rutto trattenuto:
se devi correre così tanto, non è che stai andando avanti nella vita… forse stai solo accorciando la strada.
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