IL CHURCHILL DI VETRO.

Cronaca semiseria di un naufragio elegante, tra teatrini, applausi e disprezzo di classe.


Carlo Calenda non fonda niente: si salva. Dal Teatro Manzoni all’abbraccio con Forza Italia, il ritratto velenoso di un politico che parla alla paura di chi guarda il Paese dal balcone e chiama questo “coraggio”.


Calenda non ha trovato un nuovo partito. Ha trovato un palco.

Il Teatro Manzoni. La platea giusta. Quella che applaude in piedi, ma solo quando sa che non dovrà sporcarsi le mani. Odore di cera, dopobarba costoso e portafogli tranquilli. È lì che il “Churchill dei Parioli” declama la sua guerra immaginaria contro il caos.

Una guerra a parole, sia chiaro. Combattuta col microfono, mai col fango.


«Non posso stare con chi accoglie neonazisti cocainomani».

Boom. Applauso. Standing ovation.

La frase perfetta: sporca abbastanza da sembrare coraggiosa, pulita abbastanza da non costare nulla. Un capolavoro di marketing politico.

Prende Salvini che porta Tommy Robinson – delinquente xenofobo, hooligan con curriculum penale – al Viminale e lo usa come deodorante morale:

Noi no. Noi siamo diversi. Noi siamo civili.

È il rito di purificazione della borghesia liberal. Si lavano la coscienza senza mai toccare la realtà.


Ma attenzione: questa non è purezza politica. È igiene di classe.

Calenda non costruisce barricate. Cerca un rifugio.

E lo trova subito: Forza Italia. Il partito-ricordo. Il partito-fantasma. Un brand ancora elegante, nessuna base da tenere buona, nessun popolo che rompa le scatole.

Il posto ideale per chi vuole sentirsi indispensabile senza rischiare niente.


Non applaudono le idee. Applaudono il disprezzo.

Perché Calenda dice quello che loro pensano ma non osano dire ad alta voce:

  • Salvini è un becero
  • Conte è un piazzista populista
  • Fratoianni e Bonelli sono estremisti molesti
  • Vannacci è un pericolo ambulante

L’applauso è liberatorio. È il godimento di sentirsi migliori mentre tutto va a rotoli.

Questa non è politica: è esorcismo collettivo della paura.


«Se ci sarà spazio per lavorare insieme a Forza Italia ne sarò felicissimo».

Traduzione dal calendese:

La mia barca è affondata, qualcuno mi lanci un salvagente decente.

Azione è finita. Lui galleggia aggrappato al relitto più presentabile rimasto.

Non è un progetto. È un soccorso stradale.


E poi arriva la vera mossa, quella riuscita bene.

«Quando in Europa vincerà la destra estrema Meloni reggerà o sentirà il richiamo della foresta?»

Una domanda finta, un sospetto vero.

È una mina piazzata sotto la sedia della premier. Serve a dire agli alleati, ai mercati, agli americani:

Occhio. Questa potrebbe mollare la cravatta e tornare a ululare con i suoi.

Una destabilizzazione fatta col sorriso, col tono educato, col coltello sottile.

Qui sì, applausi meritati.

Calenda non guida niente. Registra.

È il sismografo della paura della classe media che si sente assediata: dai poveri, dai populisti, dal disordine, dalla realtà.

Si offre come l’uomo pulito in mezzo al fango. Ma parla solo a chi il fango lo guarda dall’alto.

Di chi ci vive dentro non sa nulla. E non gli interessa saperlo.


È Churchill solo nella retorica. Promette sangue, fatica, lacrime e sudore… ma metaforici. Da poltrona. Da teatro.

Il sudore vero – quello del Paese reale – non l’ha mai toccato.

Ha trovato il suo posto naturale: sul palco, a fare da portavoce alla nostalgia per un ordine che non tornerà.

Mentre l’Italia corre verso il baratro o verso la foresta, lui resta lì, illuminato dal riflettore, a cantare un’aria che consola chi ha paura.

Elegante. Inutile. Applaudito.

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