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I CRISTIANI SONO I VERI PERSEGUITATI


C’è un’immagine, tra le tante che in queste settimane hanno fatto il giro del mondo, che dovrebbe squarciare il velo di ipocrisia con cui l’Occidente guarda al Medio Oriente. Non è una delle solite foto di bambini palestinesi tra le macerie – quelle ormai, lo ammetto con cinismo, abbiamo imparato a scrollarle come si scrolla una notifica molesta. È un’altra immagine, più piccola, meno mediatica, e per questo più significativa: un giovane ebreo radicale, durante la “Processione delle Bandiere” a Gerusalemme, che sputa sulla statua della Vergine Maria posta all’ingresso della Porta Nuova della Città Vecchia . Il gesto, ripreso in un video sfocato ma inequivocabile, è stato denunciato da Wadie Abunassar, coordinatore del Forum dei Cristiani di Terra Santa, con parole che non hanno bisogno di interpretazioni: “ennesimo episodio insultante contro un simbolo cristiano” . E quando un sacerdote francescano, padre Ibrahim Faltas, commenta che il gesto è avvenuto “nel mese di maggio, tradizionalmente dedicato alla devozione mariana”, la provocazione diventa ancora più squallida, quasi studiata a tavolino per colpire dove fa più male .
Ma non fermiamoci all’atto singolo, perché sarebbe un errore da provinciali. Il problema non è lo sputo in sé – per quanto ripugnante – ma il contesto sistematico, quasi routinario, con cui in Terra Santa i simboli cristiani vengono insultati, profanati, distrutti. E qui, cari lettori, dobbiamo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome: non si tratta più di episodi isolati, non si tratta di “frange estremiste” che si possono liquidare con un comunicato di scuse. Si tratta di una vera e propria persecuzione cultuale, che vede nei cristiani – comunità sempre più ridotta, sempre più silenziosa, sempre più dimenticata – il capro espiatorio perfetto per le tensioni che squassano la regione. Negli ultimi mesi, infatti, oltre allo sputo sulla Madonna, abbiamo assistito a un stillicidio di oltraggi che qualsiasi altra religione avrebbe fatto gridare allo scandalo mondiale. Il 19 aprile scorso, un soldato dell’esercito israeliano è stato ripreso mentre distruggeva a martellate un crocifisso nel villaggio maronita di Debel, nel sud del Libano . La foto, diventata virale, mostra il militare che colpisce ripetutamente la testa di Gesù, in un atto di violenza che ha dell’iconoclastia pura, della bestemmia militare . E come se non bastasse, un altro soldato è stato filmato mentre metteva una sigaretta in bocca a una statua della Vergine Maria, sempre in territorio libanese . Due episodi, due militari, due profanazioni compiute da chi indossa una divisa e dovrebbe rappresentare – lo dice anche Netanyahu, che pure ha dovuto prendere le distanze – i “valori ebraici di tolleranza e rispetto reciproco” .
Ora, un cronista non può fermarsi alla superficie. Deve chiedersi: perché proprio ora? Perché questi episodi si moltiplicano in un momento storico in cui la comunità cristiana in Medio Oriente è già ridotta all’osso, dopo decenni di emigrazione forzata, guerre civili, e ascesa del fondamentalismo islamico? La risposta, spietata e scomoda, è che i cristiani di Terra Santa – siano essi palestinesi, libanesi, israeliani o giordani – sono diventati il bersaglio di una doppia intolleranza. Da un lato, l’intolleranza islamista, che li considera “infedeli” e complici dell’Occidente crociato. Dall’altro, l’intolleranza dei coloni ebrei ultra-nazionalisti, che vedono nella loro presenza un ostacolo alla “giudaizzazione” dei territori contesi. E nel mezzo, i governi occidentali che guardano altrove, impegnati come sono a mediare il conflitto israelo-palestinese senza mai toccare il nodo dei diritti delle minoranze cristiane, perché “tanto sono pochi, tanto se ne andranno comunque”. È un silenzio complice, omertoso, che ha il sapore amaro della resa.
Eppure, la reazione delle autorità israeliane a questi episodi merita una riflessione a parte. Quando il video del soldato che martella il crocifisso è diventato virale, Netanyahu ha condannato “nei termini più energici”, parlando di “atto vergognoso in totale contrasto con i nostri valori” e promettendo un’indagine penale . L’esercito ha identificato rapidamente il militare, assicurando che sarà sottoposto a “procedimento disciplinare” . Tutto molto corretto, sulla carta. Ma la domanda che sorge spontanea è: quanto vale una condanna a parole quando il fenomeno si ripete con una frequenza allarmante? Quanto serve un’indagine disciplinare se un altro soldato, pochi giorni dopo, viene beccato a mettere una sigaretta in bocca a una statua della Vergine? L’impressione, e cerco di trattenere il cinismo, è che l’esercito israeliano abbia un problema di “formazione morale e umana”, come hanno denunciato gli Ordinari cattolici di Terra Santa, più grave di quanto si sia disposti ad ammettere . Un problema che non si risolve con un paio di corti marziali, ma con una revisione profonda del modo in cui si insegna ai soldati il rispetto per le fedi altrui – un rispetto che, a giudicare dai fatti, è ai minimi storici.
Ma non commettiamo l’errore di ridurre tutto a una questione di “estremisti isolati”. Perché a Gerusalemme, lo sputo sulla statua della Madonna non è stato compiuto da un soldato in divisa, ma da un civile – un partecipante alla “Processione delle Bandiere”, una manifestazione che celebra l’annessione di Gerusalemme Est dopo la guerra del 1967, e che da anni è un laboratorio di odio religioso e nazionalista . Durante quella stessa marcia, secondo quanto denunciato da Agensir, sarebbero stati intonati slogan come “morte agli arabi” e sarebbero stati compiuti atti di vandalismo contro negozi e proprietà palestinesi . La polizia ha effettuato una decina di arresti, ma la sensazione è che si tratti di una goccia nel mare, di un contentino per le associazioni per i diritti umani. Perché quando l’odio diventa una tradizione, quando sputare su una statua della Madonna diventa un gesto “normale” nel contesto di una manifestazione “ufficiale”, allora il problema non è più psicologico o disciplinare: è politico, culturale, persino teologico. E contro un problema di quella portata, le condanne dei premier servono a ben poco.
E i cristiani di Terra Santa, intanto? Continuano a pregare, a resistere, a sperare. Padre Ibrahim Faltas, commentando l’episodio dello sputo, ha detto: “La risposta dei giovani cristiani è stata degna di chi rispetta valori e principi universali: all’odio non si risponde con l’odio ma si risponde con l’amore” . Una dichiarazione che farebbe onore a qualsiasi martire, ma che suona come una condanna anche per noi, per l’Occidente che ha dimenticato i cristiani d’Oriente. Perché l’amore, da solo, non basta quando l’odio è armato. Serve anche la voce, serve la solidarietà, serve la politica. Servono governi che non abbiano paura di dire, anche a Israele, che profanare un crocifisso o sputare su una statua della Vergine non è “un incidente”, è un crimine d’odio. E i crimini d’odio, ovunque nel mondo, vanno perseguiti con la stessa severità, indipendentemente da chi li commette e contro chi sono diretti.
Ma forse, ed è questa la riflessione più amara, ai piani alti della diplomazia internazionale i cristiani di Terra Santa non contano abbastanza. Sono pochi, sono deboli, non hanno un esercito, non hanno un petrodollaro, non hanno una lobby mediatica. Sono la cenerentola dei conflitti mediorientali, la comunità che tutti dicono di voler proteggere ma che nessuno protegge davvero. E mentre i riflettori sono puntati su Gaza, sull’Iran, sugli equilibri di potere, loro continuano a subire in silenzio – sputi, martellate, sigarette sulle labbra di statue sacre. Un giorno, forse, qualcuno si accorgerà che quella è la vera emergenza umanitaria della regione. Ma quel giorno, temo, arriverà quando sarà troppo tardi. Quando l’ultimo cristiano avrà lasciato Betlemme, quando l’ultima messa sarà stata celebrata a Nazaret, quando l’unico ricordo della presenza cristiana in Terra Santa sarà un biglietto del museo. E allora, solo allora, i potenti del mondo si riuniranno in conferenze stampa per esprimere “profondo rammarico”. E noi giornalisti, come sempre, scriveremo articoli pieni di parole vuote. Ma oggi, almeno oggi, ho voluto gridarlo più forte del solito: i cristiani sono i veri perseguitati. E chi tace, è complice.
Cesio Endrizzi

Caro Cesio, ti sei seduto al mio tavolo con un pezzo di quelli pesanti, di quelli che non vanno giù con un goccio d’acqua. Ho letto le tue parole e, mentre lo facevo, mi sembrava di sentire il rumore di una cinghia che batte fuori fase, di un motore che gira a tre quando dovrebbe girare a quattro. C’è qualcosa che non va nell’ingranaggio del mondo, e tu hai messo il dito proprio sulla crepa.

Vedi, io ho passato una vita a misurare le cose. Prima con il calibro in officina, poi con la livella e le planimetrie da geometra, e infine con i codici in tribunale. E la prima cosa che impari quando usi la livella è che se la bolla d’aria non sta al centro, puoi anche far finta di niente, puoi girare la testa dall’altra parte, ma quel muro prima o poi viene giù.

Tu parli di Gerusalemme, della Terra Santa. Una terra che conosco solo per i racconti dei clienti al bar e per la geografia dei libri, ma che ho sempre immaginato come un grande cantiere mai finito, dove ognuno cerca di tracciare il proprio confine cancellando quello del vicino.

La diagnosi del geometra: l’errore di livella

Gli episodi che hai messo in fila — lo sputo sulla statua della Vergine alla Porta Nuova, il crocifisso preso a martellate a Debel, la sigaretta in bocca a un’immagine sacra — non sono “incidenti di percorso”. Chiunque abbia lavorato un giorno in un’officina sa che quando trovi limatura di ferro nell’olio per tre volte di seguito, non è un caso: c’è un ingranaggio che sta grattando e sta distruggendo tutto il blocco motore.

  • Il silenzio dell’Occidente:Hai ragione quando dici che ci siamo abituati a “scrollare” il dolore come fosse una notifica sul telefono. Al bar vedo la gente che guarda il telegiornale tra un sorso di bianco e un morso a un rustico: guardano le macerie, sospirano e poi chiedono il conto. Ci siamo anestetizzati.
  • La doppia morsa:Quella comunità cristiana di cui parli è come quei vecchi edifici storici rimasti incastrati tra due palazzoni di cemento armato in periferia. Da una parte spinge uno, dall’altra spinge l’altro. Non hanno lo spazio per respirare e non hanno le fondamenta protette da nessuno.

La legge del CTU: le condanne a parole

In tribunale ho visto tanti indagati piangere e dire“Non lo farò più, è stato un errore”solo per evitare una condanna peggiore. Le dichiarazioni di Netanyahu e i procedimenti disciplinari dell’esercito mi sembrano quelle perizie fatte di fretta, giusto per mettere una firma e chiudere il faldone.

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“La legge dovrebbe evitare che qualcuno stia troppo storto.”

Ma se la legge la applichi solo quando il video diventa virale, allora non stai livellando il terreno, stai solo mettendo un pezzo di cartone sotto la gamba del tavolo che balla per non far rovesciare il caffè. Il tavolo resta storto.

La filosofia del bancone: l’amore e il martello

Mi ha colpito molto la frase di padre Ibrahim Faltas che hai citato:“All’odio si risponde con l’amore”. È una postura nobile, la postura di chi ha una struttura morale che non crolla nemmeno sotto le martellate. Però, da vecchio pratico quale sono, ti dico che se un tubo perde acqua, puoi anche guardarlo con affetto, ma finché non prendi la chiave inglese e non stringi il bullone, la cantina ti si allaga comunque.

L’amore è la base, sono le fondamenta solide. Ma la politica, la diplomazia internazionale, i governi… quelli dovrebbero essere gli operai che tengono in piedi la struttura. E invece mi pare che abbiano incrociato le braccia, o che preferiscano lavorare solo nei cantieri dove si guadagna di più.

Hai fatto bene a scriverlo, Cesio. Hai fatto bene a gridarlo. Perché a furia di tacere per convenienza o per stanchezza, finiremo per accettare che tutto sia ridotto a un museo, come hai detto tu.

La vita è un’officina: si aggiusta finché si può. Finché c’è un filo di filettatura sana, si prova a rimettere la vite. Ma per aggiustare le cose bisogna prima avere il coraggio di guardare dove si è spezzato l’albero motore. Tu oggi hai aperto il cofano e hai mostrato il guasto a tutti.

Adesso vediamo chi ha voglia di sporcarsi le mani di grasso per sistemarlo. Nel frattempo, ti lascio questa mia riflessione e ti offro un buon caffè, di quelli che si bevono per ascoltare, non solo per svegliarsi.

Un caro saluto dal bancone,

Nonno Gigio

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