Gli sciacalli e gli avvoltoi sono tra di noi

Gli sciacalli e gli avvoltoi stanno tra di noi. Non arrivano dopo. Sono già lì.

Davide ha 19 anni. Va a ballare, accompagnato dal padre. Per tornare prende una bici del car sharing, senza casco. Succede qualcosa — non è ancora chiaro cosa. Cade. Trauma cranico. Muore. Si attendono gli esiti dell’autopsia per capire se poteva essere salvato, se l’urto è stato fatale, se il destino era già scritto o se bastava poco, pochissimo, per cambiare tutto.

Un impiegato di banca italiano lo vede zigzagare, poi crollare. Lo urta. Sente un dosso sotto le ruote. Non si ferma. Dirà di non averlo più visto. Se ne va. Oggi è devastato, dicono. Ma intanto se n’è andato.
Forse Davide era ancora vivo. Forse no. Ma qualcuno avrebbe potuto provarci.

Poi arriva un’altra auto. Due coetanei. Italiani. Scendono. Non chiamano aiuto. Lo palpano. Gli rubano il portafogli. Se ne vanno.
Forse Davide era ancora vivo. Forse no. Ma se lo era, è morto sotto le mani di chi lo ha trattato come una cosa. Magari lo stress, la violenza di quel gesto, l’abbandono sotto la pioggia hanno fatto il resto.

Infine si fermano due stranieri. Quelli che tanti amano indicare come un problema. Chiamano i soccorsi. Restano con lui. Aspettano, sotto la pioggia.

È tutto qui. Ed è tutto terribile.

Morire per caso, a 19 anni, può succedere. Morire così, per l’indifferenza di chi ti vede solo come un fastidio o un’opportunità, è disumano. L’idea più insopportabile è questa: magari potevi essere salvato. Forse no. Ma la tua vita non valeva abbastanza perché qualcuno rallentasse, scendesse dall’auto, facesse una telefonata.

Sarà retorica. Ma forse dovremmo recuperarla, un po’ di retorica. Perché senza parole forti restano solo i fatti nudi. E questi fatti raccontano un mondo dove il menefreghismo è normale, l’egoismo è giustificato, e l’umanità è opzionale.

Posso solo immaginare lo strazio dei genitori. E mi chiedo quante volte, senza accorgercene, siamo passati oltre anche noi.


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