Il Giorno della Memoria nasce per ricordare la Shoah: un progetto di sterminio industriale, fondato sull’antisemitismo e sulla disumanizzazione totale dell’altro. È un evento storico unico, che va difeso da ogni banalizzazione. Ma la memoria, se è viva, non può essere selettiva.
Ricordare significa anche riconoscere che la storia dell’umanità è attraversata da molte violenze sistematiche, compiute nel nome della superiorità, della conquista, dell’ordine imposto. Ogni volta che un potere ha deciso che alcune vite valevano meno di altre.
In Italia esistono ferite ancora aperte e spesso rimosse, come la vicenda della detenzione dei soldati borbonici nel forte di Fenestrelle dopo l’Unità. Una storia complessa, discussa dagli storici, che però ci interroga su come anche i processi di “liberazione” e costruzione nazionale possano produrre repressione, cancellazione e sofferenza quando vengono narrati solo dai vincitori.
Allo stesso modo, non possiamo ricordare l’antisemitismo senza ricordare le stragi dei popoli nativi americani, decimati in nome della civilizzazione, della terra, del progresso. Un genocidio spesso normalizzato, raccontato come inevitabile, quando invece fu il risultato di una lunga politica di sterminio, deportazione e annientamento culturale.
E oggi, mentre celebriamo la memoria del passato, il presente ci mette davanti ad altre tragedie. Nella Striscia di Gaza, una popolazione civile vive sotto una violenza che produce morte, fame, distruzione e disumanizzazione quotidiana. Ricordare la Shoah non significa tacere davanti alla sofferenza di altri popoli, né giustificare l’orrore con l’orrore. Significa, al contrario, riconoscere i segnali quando l’umanità viene calpestata.
Il Giorno della Memoria non serve a stabilire gerarchie del dolore. Serve a ricordarci che ogni volta che accettiamo la logica del nemico assoluto, ogni volta che chiudiamo gli occhi davanti alla violenza “necessaria”, stiamo tradendo quel “mai più”.
La memoria non è un museo del passato.
È un dovere del presente.


