
Al Bar di Grazia, quando Andrea ha finito di raccontarla, non ha parlato più nessuno.
Perché questa non è una notizia. È una voragine.
Claudio e Nadia Carlomagno si sono tolti la vita insieme. Marito e moglie. Genitori. Non della vittima, ma dell’assassino. Del figlio che ad Anguillara Sabazia ha ucciso Federica Torzullo, l’ha fatta a pezzi, ha provato a bruciarla. Un delitto che non ammette attenuanti, né pietà, né ambiguità.
Il figlio è un mostro. E su questo non c’è discussione.
Lo è anche per le sue parole: nessun pentimento, nessuna comprensione del male. “È stata colpa sua, se l’è cercata.” Linguaggio da predatore che non riconosce la propria colpa, solo il proprio diritto.
Ma i genitori no.
I genitori non hanno ucciso nessuno. Eppure sono morti anche loro.
Non hanno retto il peso. Non quello giudiziario — che non li riguardava — ma quello sociale. Il peso della gogna permanente, quella che non conosce sospensione della pena, né diritto al silenzio, né possibilità di fuga.
Sui social hanno scritto di tutto.
Che una madre “fa bene ad ammazzarsi” se ha partorito un mostro.
Che un padre è colpevole per educazione genetica.
Che il sangue si eredita, che la colpa è contagiosa, che il male si paga per stirpe.
Non erano commenti isolati. Era un coro.
E fuori dallo schermo non andava meglio: gli sguardi, il paese che si stringe, le parole non dette che pesano più degli insulti. Essere “i genitori di”. Un marchio che non si lava via.
Claudio e Nadia hanno scelto di morire insieme. Forse per non lasciarsi soli neanche lì. Forse perché separarsi, anche nell’ultimo gesto, sarebbe stato un tradimento in più. Non lo sapremo mai. E non abbiamo il diritto di saperlo.
Quando la notizia è arrivata al figlio in carcere, lui ha detto una frase che fa più paura di tutte le altre:
«Vorrei uccidermi anch’io, ma non ho il coraggio».
È l’unica frase in cui emerge una verità brutale: i due innocenti non hanno retto, il colpevole sì.
Non per forza, non per dignità. Ma per vuoto. Per incapacità di comprendere fino in fondo. Il mostro sopravvive spesso perché non sente davvero il peso del proprio male.
Questa è una tragedia greca senza catarsi.
Il male non si chiude, non si placa, non redime. Continua a uccidere a cerchi concentrici: prima la vittima, poi chi le stava accanto, poi chi è legato al colpevole da un vincolo di sangue che nessuna sentenza può sciogliere.
I social non hanno materialmente messo il cappio.
Ma hanno costruito il clima. Hanno normalizzato l’idea che la colpa sia ereditaria. Che il dolore sia spettacolo. Che insultare sia partecipazione civile.
Gli “stronzi da tastiera” — chiamiamoli col loro nome — stanotte dormono. Hanno solo espresso un’opinione. Non si sentono responsabili di nulla. Perché la barbarie moderna funziona così: uccide senza sporcarsi le mani.
Restano quattro morti.
Una donna massacrata.
Due genitori schiacciati.
Un assassino vivo, chiuso nel suo cinismo.
E una società che guarda, commenta, giudica, ma non si ferma mai a chiedersi dove finisce la giustizia e dove comincia il linciaggio.
Al Bar di Grazia domani non discuteremo se Claudio e Nadia “avrebbero dovuto” resistere.
Discuteremo di chi siamo diventati, se davanti al male sentiamo ancora il bisogno di capire o solo quello di colpire.
Perché quando la folla pretende sangue, alla fine non distingue più.
E il mostro, paradossalmente, resta l’unico a sopravvivere.
