Editoriale di nonno Gigio
Buongiorno, cari amici. Accomodatevi pure qui, al tavolino d’angolo, quello vicino alla finestra. Il caffè è appena uscito dalla moka, la giornata è lunga e, come al solito, c’è molto da dire e ancora di più da meditare.
Oggi, 23 aprile 2026, apro il giornale — *il Riformista*, come ogni mattina — e la prima pagina mi ricorda che il mondo continua a girare, spesso con qualche ingranaggio che stride.
### Lo sguardo del lunatico (e del meccanico)
Guardando i titoli, mi viene in mente il mio vecchio lavoro in officina. Quando un motore si surriscalda, sai che da qualche parte manca l’olio o c’è un attrito che non dovrebbe esserci.
Oggi, il mondo sembra un motore in affanno: lo Stretto di Hormuz resta blindato, i mercantili sequestrati, la nostra Marina che prepara le navi.
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Poi c’è la questione del prestito per Kyiv, le solite equazioni sul deficit che non tornano mai per chi deve far quadrare i conti, e il dibattito sulla legge elettorale che sembra un puzzle dove i pezzi non si incastrano mai.
E poi, un pensiero va a Gino Paoli. Leggere il suo addio sulle pagine della cultura fa un certo effetto. Ha dato una melodia a tante nostre storie, e vederlo andare via è come perdere un pezzo di colonna sonora che ci ha accompagnato per decenni.
### La crepa nel muro: oltre la notizia
Ma poi, amici miei, c’è una notizia che mi si è piantata in gola come una spina.
La tragedia di quella madre a Catanzaro, che ha deciso di togliere la vita a sé stessa e ai suoi figli. Sapete, da geometra ho imparato che le case crollano raramente all’improvviso. Di solito, il crollo è preceduto da una serie di crepe che nessuno ha guardato, o peggio, che tutti hanno ignorato per non dover ammettere che la struttura non reggeva più.
La società di oggi è diventata così: una serie di facciate eleganti dietro cui si nasconde una fragilità immensa.bMi chiedo: cosa siamo diventati? Ci riempiamo la bocca di parole come “connessione”, siamo sempre pronti a commentare l’ultimo post sui social, a mettere un ‘mi piace’ di circostanza.
Ma quando si tratta di guardare davvero negli occhi il vicino di casa, il collega, la mamma che incontriamo al parchetto, ci voltiamo dall’altra parte.
Abbiamo paura della sofferenza altrui perché ci costringe a guardare la nostra.
Quella madre ha lanciato segnali. Forse non erano grida disperate, forse erano solo sguardi spenti, frasi lasciate a metà, un silenzio che pesava troppo.
Ma noi? Noi siamo troppo occupati a far quadrare i bilanci dello Stato o a commentare le guerre lontane per accorgerci che a pochi metri da noi c’è qualcuno che sta affogando all’asciutto.
### Una riflessione davanti al caffè La mia filosofia, quella che ho imparato passando chiavi inglesi e versando caffè, è semplice:
**la vita è un’officina**.
Si aggiusta finché si può, si rattoppa, si lubrifica. Ma per farlo, bisogna essere presenti. Non possiamo delegare la solidarietà alle istituzioni o ai servizi sociali.
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La prevenzione, quella vera, quella che salva le vite, inizia con un “Come stai?” pronunciato con sincerità, non per cortesia.
Inizia col fermarsi quando vediamo qualcuno che ha lo sguardo un po’ più basso del solito.
Forse è questa la vera “manutenzione” di cui la nostra società ha un disperato bisogno.
Non servono grandi proclami, serve smettere di essere spettatori della vita altrui e tornare a essere partecipi.
Perché quando una famiglia crolla, è un pezzo di muro portante della nostra comunità che viene giù.
E se crolla il vicino, prima o poi, il soffitto inizia a tremare anche sopra le nostre teste.
Beviamoci questo caffè, amici. E guardiamoci intorno.
Davvero. A domani, Gigio.
*Cosa ne pensate, amici? Siete d’accordo che abbiamo perso l’abitudine di guardare veramente chi ci sta accanto?* Ditelo nei commenti.
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