Cose dell’altro mondo: quando il razzismo va in ferie e l’Italia si ferma

C’è un film italiano del 2011 che andrebbe proiettato a ciclo continuo nelle redazioni, nei bar sport, nei gruppi Facebook “Prima gli italiani” e, perché no, nelle convention trumpiane con i cappellini rossi.
Si intitolaCose dell’altro mondo, lo dirige Francesco Patierno e Diego Abatantuono ci regala uno dei suoi personaggi più disturbanti e necessari.
Libero Golfetto è un imprenditore veneto, televisivo, tronfio, rumoroso. Uno “sciur” del Nordest con il microfono facile e il pensiero corto. Conduce un programma locale in cui spara battute xenofobe come coriandoli a Carnevale e ripete ossessivamente un mantra che conosciamo bene:
“Che spariscano tutti gli extracomunitari.”
E una notte, dopo un temporale violento, succede davvero.
Non è una metafora. Non è un sogno. Non è un’allegoria astratta.
Spariscono tutti.
Badanti. Operai. Braccianti. Muratori. Colf. Autisti. Infermieri.
Extracomunitari evaporati. Dall’Italia intera.
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Ed è qui che la commedia diventa una radiografia spietata.
Il Paese senza “gli altri”
Le fabbriche si fermano.
Gli anziani restano soli, letteralmente abbandonati nei letti.
I campi non vengono raccolti.
Le scuole si svuotano.
Gli ospedali collassano.
Il Veneto produttivo, quello che “lavora mentre Roma chiacchiera”, scopre una verità imbarazzante:il motore era pieno di mani invisibili.
Il film prende spunto daA Day Without a Mexican, ma l’adattamento italiano è più amaro, più vicino, più fastidioso. Perché non puoi rifugiarti nell’esotico: questa è casa tua. È Treviso. È il Nordest. È il bar sotto casa che improvvisamente non apre più.
E Libero Golfetto?
È il primo a non reggere l’urto della realtà che ha invocato.
Il razzismo come lusso di chi dipende dagli altri
Cose dell’altro mondofa una cosa che il dibattito politico raramente riesce a fare:mostra il razzismo come un privilegio inconsapevole.
Puoi permetterti di dire “via gli stranieri” solo se qualcuno, nel silenzio, ti lava il padre, raccoglie la tua uva, monta il tuo capannone, pulisce il tuo ufficio, guida il tuo autobus.
Quando spariscono, non resta un’Italia “più pura”.
Resta un’Italiainermi, stanca, fragile.
Ed è qui che il film parla anche all’America trumpiana.
Perché questo film dovrebbe vederlo un trumpiano
Cambiate Treviso con l’Ohio.
Cambiate il capannone con il mattatoio.
Cambiate la badante moldava con l’infermiera filippina o l’operaio messicano.
Il meccanismo è identico.
Cose dell’altro mondonon accusa, non fa comizi, non urla slogan.
Fa una cosa molto più pericolosa:lascia che il mondo senza immigrati si realizzi davvero.
E il risultato è una distopia banale, quotidiana, domestica. Non il caos spettacolare, ma l’arresto silenzioso della vita.
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Una risata che resta in gola
Si ride, sì.
Ma è una risata che dura poco.
Perché a un certo punto capisci che il bersaglio non è il “cattivo razzista” caricaturale.
Il bersaglio è l’ipocrisia collettiva di chi sfrutta e disprezza nello stesso respiro.
Diego Abatantuono è perfetto proprio perché non chiede scusa al pubblico.
Ti obbliga a stare con lui abbastanza a lungo da renderti conto cheil problema non è Libero Golfetto: è il sistema che lo applaude.
Un film che oggi fa ancora più male
Nel 2011 sembrava una satira grottesca.
Nel 2026 è quasi un documentario preventivo.
In un’epoca in cui si costruiscono carriere politiche sull’odio verso “gli altri”,Cose dell’altro mondoresta lì, silenzioso e spietato, a ricordare una verità semplice:
Se davvero sparissero tutti gli immigrati, non vincerebbero i razzisti.
Si spegnerebbe il Paese.
E forse è per questo che questo film andrebbe visto, discusso, fatto circolare.
Soprattutto da chi è convinto di non averne bisogno.
Nonno Gigio diceva sempre che quando un paese smette di lavorare non è perché mancano le braccia, ma perché ha perso la testa.
Cose dell’altro mondoracconta proprio questo: un’Italia che urla “via gli stranieri” e poi si guarda attorno, con le mani in tasca, incapace perfino di rifarsi il letto.
Io sono un vecchio e certe cose le ho viste succedere davvero: quando sparisce chi fa il lavoro sporco, non arriva mai il paradiso promesso. Arriva il silenzio. E il silenzio non produce niente.
Per questo questo film andrebbe visto fino in fondo, senza cambiare canale.
Perché non parla degli immigrati.
Parla di noi, quando smettiamo di capire da dove viene il pane che mangiamo.
— Nonno Gigio, dal bar🍷
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