Coco Gauff, lo spogliatoio e l’ultima domanda che non vogliono farci fare

Coco Gauff non è impazzita per aver perso. È impazzita per aver scoperto che nemmeno la sua disperazione può essere sua. Ha cercato l’ultimo, sacro recinto di privacy – lo spogliatoio, il bunker dell’atleta – per scatenare un’emozione umana, primordiale: la rabbia autodistruttiva dopo una sconfitta. E ha scoperto che anche lì c’è un occhio. Il Grande Fratello della performance non ammette zone d’ombra.
Il suo sfogo non è contro la sconfitta. È contro la negazione della sua umanità. “Sono ovunque” non è una paranoia. È la realtà di un circo globale dove l’atleta è un prodotto 24/7, e ogni suo gesto, dal dritto vincente al singhiozzo di rabbia, è materiale da vendere. Lo spogliatoio è diventato un set. L’atto più privato (spaccare una racchetta per non spaccare la testa) è diventato un contenuto. E lei, che è cresciuta in quest’ecosistema, si è sentita derubata.
Parlare con l’organizzazione? Inutile. L’Australian Open non le darà privacy. Perché la sua crisi di nervi, se ripresa, vale milioni di click, dibattiti, trame reality. Fa parte dello spettacolo. La “privacy” che chiede è un costo economico che il torneo non è disposto a pagare. Le diranno di andare in bagno, o in macchina. Ma anche lì, ormai, c’è il sospetto di una telecamera.
Il vero problema, infatti, non è l’organizzazione. È che Coco Gauff ha bisogno di parlare con uno strizzacervelli che le insegni a non avere più quelle crisi, a non sentire più quella rabbia. Perché il sistema non vuole proteggere la sua intimità: vuole eliminare il bisogno stesso dell’intimità. Vuole atleti che perdano con un tweet gentile e un sorriso da sponsor, non che distruggano racchette. La rabbia è un bug da correggere, non un diritto umano.
È la perfetta metafora dell’atleta moderno: performante sempre, in campo e fuori. Deve vincere, sorridere, fare il bravo, essere un brand. Se crolla, può farlo solo nei modi e nei luoghi consentiti. Lo spogliatoio, che dovrebbe essere la trincea dove si cura le ferite, è stato conquistato. Non le resta che ingoiare la rabbia, trasformarla in un post social di circostanza, e andare avanti. Perché il vero sport, ormai, non è solo giocare a tennis. È interpretare la parte dell’eroe senza cedimenti, in un reality show senza pause. E Coco, per un attimo, ha dimenticato il copione. Il sistema glielo ha ricordato. A colpi di telecamera.

Questa notizia mi ha lasciato basito.
Non per la sconfitta. Non per la rabbia.
Ma per il luogo in cui quella rabbia non è stata più concessa.

Coco Gauff ha cercato lo spogliatoio per fare ciò che gli atleti hanno sempre fatto lì: sfogarsi, urlare, distruggere un oggetto per non distruggere se stessi. Ha scoperto che anche quello spazio non è più suo. Anche lì c’è un occhio. Anche lì c’è un mercato.

Non si è ribellata alla sconfitta.
Si è ribellata alla negazione della propria umanità.

Lo spogliatoio non è più una trincea. È un set.
La rabbia non è più una reazione. È un bug.
La privacy non è più un diritto. È un costo.

E allora la questione non è se Coco Gauff abbia esagerato.
La questione è un’altra, molto più scomoda.

Se un’atleta non può più crollare nemmeno lontano dal pubblico,
se anche il dolore deve essere educato, addestrato, normalizzato,
se l’unica reazione ammessa è quella compatibile con sponsor, telecamere e social,

di che sport stiamo parlando?

E ancora:

  • È accettabile che lo spogliatoio sia diventato parte dello spettacolo?
  • La rabbia dopo una sconfitta è un problema da correggere o un diritto umano da proteggere?
  • Vogliamo atleti che competono o personaggi che recitano senza mai uscire dal ruolo?
  • Fino a che punto siamo disposti a consumare anche l’intimità pur di avere contenuti?
  • E se domani toccherà a tutti, non solo ai campioni?

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