Caos VAR, tra metodo e fiducia: l’esposto che riaccende il dibattito

Il calcio italiano torna a interrogarsi non sul risultato, ma sul processo. L’Avv. Erich Grimaldi ha depositato un esposto alla Procura Federale della FIGC chiedendo verifiche approfondite sull’applicazione del Protocollo VAR nella stagione di Serie A 2025/2026.

Non una richiesta di ripetere le partite.
Non un attacco ai risultati o alla classifica.
Ma una domanda netta:il metodo è uniforme, tracciabile, verificabile?

Nel dossier si parla di soglia decisionale disomogenea, incoerenze tra campo e sala VAR, tracciabilità delle decisioni, selezione dei frame nei fuorigioco millimetrici, designazioni arbitrali. Vengono chiesti audio integrali, log dei check, timecode, report interni, dataset completi delle rotazioni arbitrali. Non accuse, ma istanze di trasparenza.

La questione è semplice solo in apparenza: se una decisione tecnica determina un rigore, un’espulsione, un fuorigioco di pochi centimetri, quella decisione deve poter essere ricostruita in modo oggettivo e replicabile. Non basta dire “è stato valutato”. Occorre dimostrarecome.


Il bar si accende

La notizia rimbalza tra i tavolini.

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Silvestro è il primo a parlare:
«Finalmente qualcuno che chiede gli audio integrali. Se non c’è nulla da nascondere, perché non pubblicarli?»

Rino, il professoRINO, aggiusta gli occhiali:
«Il punto non è l’errore umano. L’errore è fisiologico. Il problema è l’intermittenza. Se lo stesso episodio viene giudicato diversamente in partite diverse, il tema diventa sistemico.»

Grazia dal bancone scuote la testa:
«Il calcio vive di passione. Ma senza fiducia, la passione si trasforma in sospetto.»

Qualcuno ricorda il format “Open VAR”, qualcun altro parla di designazioni ripetute, di rotazioni ravvicinate, di percezioni che diventano narrazione. E quando la percezione prende il sopravvento sui fatti, il campionato perde credibilità.


Trasparenza o opacità?

Il VAR era nato per ridurre le polemiche. Ma oggi, paradossalmente, è il VAR stesso a generarle. La tecnologia non elimina il problema se il processo resta opaco.

L’esposto solleva una questione che va oltre una singola squadra — pur citando con attenzione le gare del SSC Napoli — e tocca un principio generale:la regolarità della competizione è anche percezione di equità organizzativa.

Non basta essere imparziali. Bisogna apparire tali.

Se la decisione si fonda su un frame selezionato, su una linea tracciata, su un dialogo tra arbitro e sala VAR, tutto deve essere verificabile. Perché il calcio professionistico è un’industria, un patrimonio collettivo, un fenomeno sociale. E la fiducia è il suo capitale principale.


Denuncia civile, non tifo

L’Avv. Grimaldi si muove come giurista e come tifoso, ma l’impianto dell’atto è tecnico: controllo del metodo, coerenza applicativa, tracciabilità. Non insinuazioni, ma richiesta di istruttoria.

È qui che il tema diventa politico-sportivo: se l’ordinamento federale dispone degli strumenti per verificare, deve usarli. Perché ignorare una richiesta strutturata di trasparenza significa alimentare il sospetto.

E il sospetto, nel calcio, è più corrosivo di qualsiasi errore arbitrale.

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La chiosa di Nonno Gigio

Nonno Gigio ha ascoltato tutti, poi ha detto:

«Figli miei, l’arbitro può sbagliare. Succede. Ma il metodo non può zoppicare.

Il VAR doveva portare chiarezza. Se invece porta dubbi, allora bisogna accendere la luce, non abbassarla.

Chi è onesto non teme l’audio integrale. Lo chiede.

Perché nel calcio, come nella vita, la partita si può perdere. La fiducia no. Se perdi quella, non c’è recupero che tenga.»

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