Amici e “non amici”: quando le emergenze diventano un calcolo politico

La risposta è semplice, e proprio per questo fa male:
in Sicilia, a differenza dell’Emilia-Romagna, non c’è un avversario politico da mettere in difficoltà, ma un alleato imbarazzante da proteggere. E questo cambia tutto.

La lentezza, la sottostima dei danni, i cento milioni annunciati come elemosina in un Consiglio dei Ministri lampo non sono il frutto dell’incapacità. Sono il risultato di un calcolo politico freddo e spietato.

Quando allaga l’Emilia-Romagna, regione storicamente “rossa”, il governo Meloni si trasforma in una macchina di soccorso mediatica. La premier indossa gli stivali, vola sul posto, annuncia fondi, promette interventi straordinari. Ogni gesto ha un senso politico preciso: mostrare l’efficienza dello Stato centrale contro l’inefficienza delle amministrazioni di sinistra. È un investimento. Ogni euro speso è anche un colpo all’avversario. Ogni fotografia è un manifesto.

In Sicilia, invece, no.

In Sicilia governa Renato Schifani, uomo di Forza Italia, alleato di governo. La Sicilia non è un territorio da conquistare: è territorio amico. E i territori amici non si mettono sotto i riflettori quando le cose vanno male. Si gestiscono con discrezione, si abbassa il volume, si evita di scavare troppo.

Perché se Meloni volasse a Niscemi e denunciasse pubblicamente lo stato disastroso del territorio, la mancanza di manutenzione, il dissesto idrogeologico cronico, starebbe indirettamente accusando chi quella regione la governa da anni. Un alleato. Sarebbe un autogol politico.

Così si sceglie la via della distanza.
Si sbandierano cento milioni — una cifra ridicola di fronte al miliardo e mezzo di danni stimati dallo stesso Schifani — in un Cdm durato venti minuti. Un messaggio implicito ma chiarissimo: facciamo il minimo indispensabile per non sembrare assenti.

Schifani ringrazia. Non perché basti, ma perché non può fare altrimenti. Il disastro è anche il suo. Non ha forza contrattuale, non può alzare la voce, non può sbattere i pugni sul tavolo. Sa di essere parte del problema.

Matteo Renzi, con la sua consueta abilità nel colpire dove fa più male, centra il punto:
«Non ha messo gli stivali perché la Regione è sua».
È esattamente così.

La tragedia siciliana è politicamente inutilizzabile per Meloni. Anzi, è imbarazzante. Mostra il fallimento di un governo regionale alleato e, per riflesso, l’incapacità del governo centrale di pretendere efficienza dai propri amici.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: i siciliani vengono trattati come cittadini di serie B. La loro emergenza non merita la regia della Presidenza del Consiglio, ma solo un assegno firmato a distanza. La loro sofferenza vale meno non perché sia minore, ma perché non produce dividendi politici.

È la versione più cruda del calcolo elettorale applicato alle catastrofi:
aiuti dove conviene, elemosina dove non conviene.

Finché la politica italiana continuerà a guardare alle emergenze non con gli occhi della solidarietà, ma con quelli dei sondaggi e delle alleanze, ci sarà sempre una Niscemi di turno lasciata a implodere. E a Roma si continuerà a discutere se venti minuti di Consiglio dei Ministri siano troppi o troppo pochi.

La prossima frana sarà uguale.
Perché la geologia è imparziale.
La politica, no.

Ed è per questo che, al Bar di Grazia, questa storia fa discutere così tanto: perché alla fine la domanda è una sola, semplice e terribile —
è vero che per questi politicanti esistono amici e “non amici”?

La risposta, purtroppo, l’abbiamo già vista sotto il fango.

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