Malta e la Sicilia: la divisione di due isole “sorelle” nel 1815

Quel principio di (il)legittimità che fece perdere Malta ai Borboni-Due Sicilie

Malta e la Sicilia, separate da meno di 100 km, appartengono geograficamente allo stesso arcipelago. Guardando una comune cartina dell’Europa, c’è da chiedersi come mai Malta non appartenga, anche politicamente, all’Italia. Sono moltissimi i punti di contatto tra le due isole, dovuti tanto alla vicinanza geografica quanto a quella storico-culturale. Basti pensare che la lingua ufficiale di Malta è l’unica esistente come variante dell’arabo siciliano. 

Malta, in effetti, è da sempre legata alla Sicilia da più che una semplice vicinanza fisica.

L’archeologia ha confermato l’esistenza di influssi culturali tra le due isole, già a partire dalla preistoria. Questi scambi bidirezionali continuarono senza soluzione di continuità, anche durante il susseguirsi delle dominazioni che interessarono tanto la Sicilia quanto Malta.

Dopo la dominazione araba, nel 1091 Malta entrava a far parte dei domini normanni di Ruggero d’Altavilla, primo re di Sicilia. Da quel momento, essendo anche politicamente legata alla Sicilia, Malta ha seguito il destino delle dinastie che si sono succedute sull’isola “madre”. Il carattere mite e tollerante della popolazione locale fece sì che, per un lungo tempo, l’isola di autogovernò, sotto l’egida del regno di Castiglia (sotto il quale finì, come conseguenza dell’unione di Angioini e Aragonesi nel 1479). Il viceré di Sicilia conservava ugualmente, a titolo onorifico, il titolo di conte di Malta.

Dal 1530, dietro richiesta di papa Clemente VII, il re di Spagna Carlo V concesse Malta come feudo e lascito perpetuo ai Cavalieri Ospitalieri di San Giovanni di Gerulasemme, i cosiddetti Cavalieri di Malta. Quest’ordine aveva l’incarico di proteggere e dare ospitalità ai pellegrini cristiani sulla via verso la Terra Santa. In quanto protettori della fede, riuscirono tra l’altro a contrastare l’assedio ottomano all’isola nel 1565. Da quel momento, Malta divenne una vera e propria fortezza, a opera di diversi architetti militari del tempo.

Le opere difensive, tuttavia, non riuscirono a resistere all’impatto dell’avanzata napoleonica.

Nel 1798 la flotta francese, in navigazione verso l’Egitto, chiese un porto sicuro al governo locale. Questo, però, si rifiutò di accogliere più di quattro navi contemporaneamente al Porto Grande. Con l’autorizzazione del Direttorio, Napoleone iniziò l’occupazione di Malta con le sue truppe. I Cavalieri non riuscirono ad opporre una resistenza sufficiente: per rispetto al loro Ordine, non potevano prendere le armi contro i cristiani. Oltretutto, molti di loro erano di nazionalità francese. Per ultima, furono svantaggiati da una questione meramente numerica: i Cavalieri maltesi erano circa un quinto di quelli napoleonici. La breve ed inutile resistenza armata si concluse, di fatto, qualche giorno dopo l’inizio dell’assedio, con un accordo di resa. Napoleone poteva proseguire verso l’Egitto, dopo aver lasciato sull’isola una guarnigione francese, un governo fedele e dopo aver come d’abitudine saccheggiato le casse e le ricchezze locali.

Napoleone aveva privato l’isola della sua autonomia politica e aveva sconvolto gli equilibri sociali e religiosi che la reggevano. Appena qualche mese dopo, come conseguenza all’oppressione francese e agli stravolgimenti che aveva apportato, la popolazione locale si ribellò. La rivolta partì da contadini guidati dal canonico Caruana, e presto si diffuse in tutta l’isola e nella vicina Gozo.

Gli insorti chiesero da subito il supporto e la protezione del loro legittimo re, Ferdinando IV di Borbone re di Napoli.

Il sovrano non tardò a inviare aiuti alimentari e bellici ai suoi sudditi in difficoltà, cosa che fece per tutta la durata della lotta contro l’invasore francese. Presto, anche l’Inghilterra si intrufolò nelle questioni maltesi. Quali principali oppositori di Napoleone, e impegnati nella guerra in Egitto, gli inglesi erano presenti nel Mediterraneo con la potente flotta comandata dal generale Nelson. I maltesi chiesero dunque a Ferdinando IV di poter ottenere il supporto della truppe di Giorgio III. Il re di Napoli, sicuro della fedeltà dei sudditi maltesi e forte dell’alleanza inglese, diede il suo assenso. L’ammiraglio inglese Alexander Bell fu messo così a capo dell’operazione di liberazione, “come governatore dell’isola di Malta e di Gozo per Sua Maestà il Re di Napoli e comandante la flotta di Sua Maestà Britannica”.

Come si suo dire, gli inglesi entrarono così a Malta dalla porta principale e su invito del padrone di casa.

Nel 1800, anche le truppe napoletane arrivarono sull’isola. Insieme agli inglesi, riuscirono definitivamente a sconfiggere i francesi nel 1801. Fu allora che Giorgio III dichiarò Malta porto franco per i commerci operati dai cosiddetti stati amici. Ma la sottrazione di Malta alla corona borbonica non era ancora completata. Col Trattato di Amiens (1802), si era decretata la restituzione dell’isola all’Ordine di San Giovanni e, nominalmente, il ritorno dell’isola nei domini del re di Napoli. Ma ciò non accadde: gli interessi economici e il peso dell’oligarchia mercantile britannica furono più forti, tanto che l’Inghilterra continuò a tenere Malta come protettorato.

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Vignetta satirica sulla spartizione dell’Europa durante il Congresso di Vienna

Fu col Trattato di Parigi del 1814 e gli esiti del Congresso di Vienna del 1815 che Malta diventava, definitivamente, inglese. Il principio di legittimità promosso dal principe Talleyrand, che doveva essere la colonna portante del Congresso, valse per Ferdinando IV solo a metà. Pur tornando secondo il suo diritto sul trono di Napoli e Sicilia, infatti, al re Borbone non venne riconosciuto il dominio sullo Stato dei Presidi (sulle coste toscane) e quello sull’arcipelago maltese.